L’alleanza fra ecologismo radicale e gerarchie ecclesiastiche

di Luigi Mariani e Alberto Guidorzi

UNA CHIESA ECOLOGISTA

Leggendo l’enciclica “Laudato Si” e guardando a chi trova udienza dal Papa (qui), ricaviamo che la gerarchia della Chiesa sta oggi dando sempre maggior credito ai militanti dell’ecologia politica radicale e dunque a coloro che hanno il duplice obiettivo politico di promuovere la decrescita e di colpevolizzare l’uomo, mantenendolo in un perenne stato di paura per l’avvenire anziché promuovere in lui la responsabilità e la virtù teologale della speranza.

Emblematico in tal senso è l’articolo apparso sul Corriere della sera del 20 dicembre e cofirmato dal Cardinale Peter Turkson (prefetto del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale) e da Nigel Topping (UK High Level Climate Action Champion – carica onorifica istituita con gli accordi di Parigi del 2015). Dell’articolo, in cui si decantano i grandi meriti dell’economia ad emissioni zero, in grado secondo gli estensori di generare centinaia di milioni di posti di lavoro, ci limitiamo a evidenziare questa frase: “Mentre la corsa verso un’economia a zero emissioni acquista via via slancio, aumentano anche gli effetti del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’inquinamento. Dagli incendi in Australia, Siberia e Stati Uniti, al crescente rischio, mentre invadiamo la natura, di contrarre virus zoonotici come Covid-19, non si tratta più di una minacce future, ma di una crisi chiara e presente. Il grido della terra e dei poveri sollecita più che mai a interventi urgenti.”.

Nel caso di Covid19 tale affermazione ci pare oltremodo prematura alla luce degli elementi di incertezza che ancor oggi sussistono circa l’origine di tale coronavirus (Mallapaty, 2020). Più in generale da agronomi con un briciolo di senso della storia ci permettiamo di proporre al lettore la seguente riflessione: le malattie del bestiame trasmissibili all’uomo (carbonchio, tubercolosi bovina, brucellosi, ecc.) la fanno da padrone nelle agricolture arretrate mentre – grazie alla maggiore salubrità delle diete e dei ricoveri zootecnici ed ai enormi progressi della medicina veterinaria – sono letteralmente scomparse negli allevamenti bovini intensivi. In Italia negli anni 50/60 non vi era una stalla che non fosse minata dalla tubercolosi; eppure si trattava di stalle di piccole dimensioni conformi agli standard di quell’agricoltura di sussistenza, che gli italiani abbandonarono in massa alla metà del secolo scorso, stanchi di fame, freddo e malattie e che viene così idealizzata nella Laudato si: “vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la  maggior  parte  della  popolazione  mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale”. Come dimenticare allora che il contatto con animali selvatici e domestici e con le relative zoonosi è tutt’oggi di gran lunga più rilevante nei paesi in cui larghe fasce della popolazione sono impegnante nell’agricoltura di sussistenza o in economie di caccia e raccolta? Anche un bambino d’altronde arriverebbe a capire che il cittadino di una moderna metropoli è assai meno esposto alle zoonosi del Bambinello della Natività di Betlemme (circondato da cammelli, pecore, capre, buoi, asini, ecc. ecc.), dei cacciatori paleolitici raffigurati in figura 1 o degli agricoltori che convivevano con gli animali domestici (figura 2), fenomeno quest’ultimo che si è mantenuto dal neolitico fino ai nostri giorni nelle situazioni di maggiore arretratezza e marginalità (si pensi all’abitato di Matera fino agli anni 50’). Peraltro si ricorda che Jared Diamond nel suo famoso “Armi, acciaio e malattie” pone fra i fattori chiave per l’affermazione a livello globale degli europei fra XVI e XIX secolo la relativa tolleranza a zoonosi come il morbillo e il vaiolo, acquisita dopo migliaia di anni di convivenza con gli animali domestici portatori di tali malattie.

Le rozze affermazioni di Turkson e Topping sono d’altronde perfettamente in linea con il rozzo slogan di papa Francesco “Dio perdona, la natura mai”, espressione di una sfiducia radicale nella provvidenza divina e dell’adesione forte all’ideologia ambientalista più radicale, la stessa ideologia che diffonde a piene mani l’idea che procreare significhi oggi concorrere al cambiamento climatico ed essere pertanto dannosi per il pianeta. E qui da cattolici ci domandiamo se sia davvero da abbandonare il postulato giudaico-cristiano del dominio responsabile dell’uomo sulla natura. Al riguardo ricordiamo che nella cattolica Francia si sta pensando ad istituire il “delitto di ecocidio” con pene e sanzioni pesantissime, il che fa sorgere il sospetto che anche nel mondo cristiano il mettere al mondo figli diventerà presto un delitto, sull’esempio di quanto fatto in Cina, e che il “crescete e moltiplicatevi” biblico inteso come procreazione responsabile assumerà presto valenza di blasfemia. Stupefacente peraltro è che tale ideologia si sta diffondendo in società a rischio concreto di scomparsa per la denatalità e l’invecchiamento galoppante della popolazione.

Figura 1 – L’esposizione alle zoonosi era di gran lunga superiore nel economie di caccia e raccolta (fonte: https://www.petpassion.it/2018/06/12/cani-preistorici/)
Figura 2 – Ricostruzione pittorica di un cottage inglese del medioevo (fonte: Pinterest).

MA L’UOMO E’ DAVVERO DISTRUTTORE? I TANTI SEGNALI POSITIVI COLPEVOLMENTE IGNORATI

Ma è proprio vero che l’uomo occidentale ha distrutto e continua a distruggere il creato, come ha di recente affermato in sede di omelia il parroco di uno dei due scriventi? Non si dovrebbe, invece, dare più credito agli svariati dati di fatto che alimentano la nostra speranza, evidenziando gli ambiti in cui l’azione umana ha costruito un mondo migliore? Vogliamo allora elencare una serie di fatti che sono frutto di bibliografia scientifica aggiornata o di report di organizzazioni internazionali e che dovrebbero trovare il dovuto spazio nei discorsi di Chiesa e di politici di primo piano e sui nostri mezzi di informazione, per restituire fiducia ai nostri concittadini e rendere merito agli enormi sforzi che in tutto il mondo si stanno compiendo per promuovere uno sviluppo realmente sostenibile.

  • Calo nella percentuale della popolazione in condizioni di estrema povertà: a livello globale è passata dal 95% del 1820 al 76% del 1940 per crollare al 10% attuale (https://ourworldindata.org/extreme-poverty) mentre a livello continentale, dal 1990 al 2015 è scesa dal 60% all’8% in Asia orientale, dal 45 al 18% in Asia meridionale e dal 18% al 7% in America latina. Solo nell’Africa subsahariana la discesa è più lenta con un calo dal 57% al 41% (fonte Banca Mondiale).
  • Diminuzione della popolazione al di sotto della soglia di sicurezza alimentare: A livello mondiale è passata dal 45% del 1950 al 35% del 1970 e al 13% del 2020. Nel mondo vi era un miliardo di persone che soffriva la fame nel 1991 ed oggi sono 800 mila (fonte: Faostat e report FAO vari). Inoltre i ritardi di accrescimento dovuti alla denutrizione interessavano nel 1990 il 40% dei bambini al di sotto dei 5 anni mentre oggi siamo al 23%. Certo, nei paesi ricchi assistiamo a bambini obesi, che comunque nello stesso lasso di tempo sono rimasti pressoché stazionari in numero (Fonte UNICEF/OMS)
  • Calo del lavoro infantile nel mondo: è passato dal 23% del 2000 al 16,7% del 2012 mentre la % dei bambini fra 10 e 14 anni che lavora è passata dal 27,6% del 1950 al 13% del 1995 (https://ourworldindata.org/grapher/global-incidence-of-child-labour-2)
  • Calo dell’analfabetismo: nel mondo in due secoli è passato dal 90% al 10%, mentre, sempre nello stesso periodo, la scolarizzazione (numero di adulti che nel mondo hanno ricevuto un’educazione di base) è passata dal 20% all’80% (https://ourworldindata.org/global-education)
  • Rapporto più equilibrato nella durata media degli studi di donne e uomini: tale rapporto, che da 70 anni rasenta l’1 nei paesi ricchi, si sta ora approssimando a 1 anche nell’Europa dell’Est e nell’America latina e caraibica e ha raggiunto lo 0,8 in territori come Africa sub-Sahariana, Asia, Pacifico, Medio Oriente e Africa del Nord.
  • Calo nella mortalità infantile: un recentissimo studio condotto su 37 Paesi in via di sviluppo ha evidenziato che fra il 1961 e il 2000 la diffusione di varietà coltivate moderne, frutto del processo di innovazione tecnologica in agricoltura noto come “rivoluzione verde, ha ridotto la mortalità infantile del 2,4–5,3% su un dato di partenza del 18% (von der Goltz et al., 2020).
  • Calo della mortalità causata da malattie: la mortalità da malaria era di 800 milioni nel 2000 ed è scesa a 420 milioni nel 2015 (https://ourworldindata.org/malaria) e si potrebbe fare molto di più se gli ambientalisti più ideologizzati non criminalizzassero la lotta con mezzi chimici e le modifiche genetiche nelle popolazioni degli insetti vettori. Nel 1980 morivano 450.000 persone di poliomielite e nel 2000 tale cifra era ridotta a zero mentre il vaiolo è stato sradicato nel 1980 (fonte: OMS).
  • Aumento della speranza di vita: dal 1950 ad oggi è salita da 65 anni a 80 anni in Europa, da 35 anni a 60 in Africa e da 40 anni a 70 anni in Asia. La mortalità infantile è scesa dal 43% al solo 4% (https://ourworldindata.org/grapher/life-expectancy). Sempre questa fonte ci dice che la mortalità delle partorienti nel mondo si è dimezzata (da 4 a 2/1000 nascite) in 25 anni.
  • Maggiore resilienza rispetto alle catastrofi naturali: i morti per catastrofi sono diminuiti del 90% da inizio secolo scorso; più in particolare dal 1900 al 1960 avevamo valori intorno ai 60/70 morti per 100 mila abitanti con picchi di 170 in annate particolarmente critiche mentre dopo il 1960 questi picchi sono scomparsi e i valori oscillano ora intorno ai 5/10 morti per 100 mila abitanti (fonte M.Roser & E. Ortiz-Ospina – 2018). Secondo poi il report CRED – Università di Lovanio in numero totale di catastrofi naturali manifesta un significativo calo dal 2000 ad oggi (CRED&UNDRR, 2020 – diagramma in figura 5)
  • Aumento nell’indice di Sviluppo Umano: si tratta di un indice sintetico che rende ragione dei successi conseguiti nei diversi campi. Tale indice è in aumento ovunque con le uniche eccezioni di Siria e Sud-Sudan, segnati da conflitti di lunga durata (https://ourworldindata.org/human-development-index).
  • Calo globale del numero e della superficie interessata da incendi boschivi: i dati satellitari indicano un calo del 24,3% nella superficie totale bruciata per il periodo 1998-2015 e un calo del 13% nel numero di incendi per il periodo 2003-2015, con un trend negativo più deciso nelle aree a savana (Andela et al., 2017). Alcune fonti sostengono che gli incedi si stiano concentrando intorno alle aree più densamente abitate, il che attesterebbe la necessità di intensificare il lavoro di prevenzione.

Notiamo anche la tendenza sempre più marcata ad additare ai nostri concittadini il riscaldamento climatico come grande minaccia per il nostro futuro, un sorta di orco o uomo nero delle favole, per esorcizzare il quale Stati e Comunità locali stanno oggi aprendo appositi “gabinetti di crisi”. A contrastare l’idea di crisi climatica vi sono svariate evidenze di cui per motivi di tempo ci limitiamo a ricordare il succitato trend delle catastrofi naturali, che vede le catastrofi di origine meteo-climatica stazionarie dal 2000 ad oggi (CRED & UNDRR, 2020), il trend calante degli incendi boschivi a livello globale e infine il trend positivo delle rese  medie in tonnellate per ettaro delle grandi colture che nutrono il mondo (frumento, mais, riso, soia), in crescita del 3-4% l’anno dal 1961 (fonte: Faostat), incompatibile con la tesi di una crisi climatica globale. In tale incremento giocano peraltro un ruolo significativo i più elevati livelli di CO2 presenti in atmosfera, ai quali è attribuibile un aumento delle rese delle colture del 35% dall’inizio del XX secolo ad oggi (Campbell et al., 2017; Zeng et al 2014).

PERCHÉ ALLORA TANTO CATASTROFISMO?

A nostro avviso la minaccia dell’olocausto climatico serve oggi per far “marciare” la gente verso obiettivi predefiniti dall’alto, il che è a nostro avviso indegno di Paesi con lunga tradizione democratica e nei quali ci si attenderebbe che la collettività potesse affrontare un dibattito maturo e che ponga in luce i pro e i contro di diverse scelte strategiche fra loro alternative, ognuna delle quali caratterizzata da benefici ma anche da costi.

Un esempio emblematico in tal senso è dato dal tema dello spreco alimentare: perché colpevolizzare l’intera umanità e in primis quella dei paesi sviluppati per il fatto che sul pianeta viene sprecato il 25% delle derrate alimentari prodotte, quando ben sappiamo che gran parte di quel 25% è il risultato di perdite di trasformazione, raccolta e soprattutto conservazione dei prodotti? Non sarebbe invece più razionale trasferire le tecnologie di cui disponiamo (es. attrezzature per la raccolta e la conservazione dei prodotti, catena del freddo, ecc.) nei paesi in cui le perdite sono maggiori, organizzare meglio le reti commerciali e di distribuzione che legano aree deficitarie e aree eccedentarie e infine operare perché il cibo non diventi uno strumento di ricatto politico? Al riguardo si consideri invece che David Beasley, direttore del Programma Alimentazione Mondiale dell’Onu, reduce dall’aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace 2020, si è immediatamente sentito in dovere di paventare una carestia alle porte che minerà la pace, affermando che il 2021 potrebbe essere il peggior anno di crisi umanitaria da quando è stato fondato l’ONU, settantacinque anni fa. E qui sorge in noi il timore concreto che nessun personaggio pubblico di rilievo, a partire dai capi di Stato, sia oggi in grado di sfuggire alla logica del catastrofismo, pena la marginalizzazione sotto il peso di una fatwa per “negazionismo”.

LE RESPONSABILITÀ DELL’ECOLOGISMO RADICALE NELLA DERIVA IN ATTO

Se l’ecologismo dei primi tempi esprimeva solo l’aspirazione di gente inurbata a ritornare ad assaporare odori e profumi di campagne e boschi, oggi esso è divenuto un movimento politico basato su tre pilastri: proibire, tassare e far sentire in colpa le persone. Le tre regole, tutte punitive, sono infatti regolarmente applicate dove i partiti verdi prendono il potere o ricattano le maggioranze di cui fanno parte: niente concimi, niente difesa fitosanitaria delle colture, niente alberi di Natale, niente 5G, niente biotecnologie, abolire il Tour de France e Il Giro d’Italia, tassare per poter ampliare a dismisura le energie rinnovabili per loro natura intermittenti, diffondere sistematicamente messaggi ansiogeni. Oggi Stachánov impallidirebbe di fronte alla trovata degli amministratori di Strasburgo che stanno promuovendo il trasporto urbano del materiale edilizio utilizzato nel territorio della città per mezzo di carrettini trainati da biciclette (definiti “velocargo”) condotti da novelli “schiavi ecologici”. Ormai abbiamo imboccato la strada del controllo dall’alto di società terrorizzate dalla minaccia di fine del mondo ed il succitato delitto di ecocidio potrebbe esserne lo strumento.

ABBANDONARE L’ECOLOGIA DELL’INCANTESIMO PER PASSARE ALL’ECOLOGIA DELLA RAGIONE

Non siamo in grado di dire chi potrà oggi porre freno alle visioni millenaristiche e ripristinare una lettura realistica di ciò che sta accadendo nel mondo che ci circonda. Quasi certamente non la Chiesa, ormai irrimediabilmente compromessa con i responsabili di tale deriva ideologica come Greta Thumberg o Juliette Binoche, ricevute in udienza dal Papa. Ciò detto vogliamo affidare la chiusa di questo scritto a una nota massima di Antoine de Saint Exupéry: “non ereditiamo la terra dai nostri genitori, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. Per adeguarci ad essa dovremmo a nostro avviso abbandonare l’ecologia dell’incantesimo per passare all’ecologia della ragione, un cambio di paradigma che è alla nostra portata se iniziamo a riflettere su chi potrà darci in prestito la terra in società come le nostre, ormai formate quasi unicamente da vecchi ed in cui i bambini sono sempre più una rarità.

Bibliografia citata nel testo

Andela N. et al., 2017. A human-driven decline in global burned area (6345), 1356-1362. 356 Science, DOI: 10.1126/science.aal4108

Campbell et al., 2017 Large historical growth in global terrestrial gross primary production, Nature, volume 544, issue 7,648, pages 84-87 https://par.nsf.gov/servlets/purl/10047390

CRED&UNDRR, 2020. Human cost of disasters – An overview of the last 20 years 2000-2019, CRED, 17 pp  https://iddrr.undrr.org/news/drrday-un-report-charts-huge-rise-climate-disasters

Diamond J., Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, Einaudi https://www.ibs.it/armi-acciaio-malattie-breve-storia-libro-jared-diamond/e/9788806219222

Jan von der Goltz et al., 2020. Health Impacts of the Green Revolution: Evidence from 600,000 births across the Developing World, Journal of Health Economics.

Mallapaty S., 2020. Where did COVID come from? WHO investigation begins but faces challenges. Identifying the source will be tricky, and investigators will need to grapple with the sensitive political situation, nature, 11 novembre. https://www.nature.com/articles/d41586-020-03165-9

Zeng et al 2014. Agricultural Green Revolution as a driver of increasing atmospheric CO2 seasonal amplitude, Nature, vol 5015, 20 nov. 2014. https://www.nature.com/articles/nature13893

ClimateMonitor

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: