Quando sulle Alpi non c’erano i ghiacciai

di Donato Barone

Tanto tempo fa, in una catena montuosa vicina vicina, …. non c’erano ghiacciai al di sotto dei quattromila metri.

Spero mi perdoniate la citazione fantascientifica dell’incipit, ma tutto il resto è scientifico, nel senso che è stato pubblicato, dopo opportuna revisione tra pari, lo scorso diciassette dicembre su Scientific Reports.

I risultati di una ricerca condotta da P. Bohleber, M. Schwikowski, M. Stocker-Waldhuber, L. Fang e A. Fischer (da ora Bohleber et al., 2020), sono stati pubblicati nell’articolo

New glacier evidence for ice-free summits during the life of the Tyrolean Iceman

Già nel passato ci siamo occupati su CM del cacciatore vissuto e morto durante l’età del rame e delle implicazioni climatologiche legate alla sua vicenda. Sull’argomento si sono sviluppate anche molte polemiche che abbiamo vissuto in prima persona. Con la pubblicazione di questo articolo, spero, si possa mettere un punto fermo sul clima che caratterizzava l’epoca in cui visse e morì Ötzi, l’Uomo di Similaun.

Bohleber et al., 2020 è importante, però, anche per un’altra serie di risultati che esamineremo nel seguito. Per adesso concentriamoci sulla vicenda di Ötzi. Costui visse tra 5300 e 5100 anni fa ed il fatto che sia giunto fino a noi in condizioni praticamente integre, ha un unico significato: per circa 5000 anni il suo cadavere è stato conservato dai ghiacci e solo temporaneamente e, fortunatamente, in piccola parte, è venuto a contatto con l’atmosfera. Se ne deduce che, essendo oggi il sito di rinvenimento del corpo di Ötzi privo di copertura di ghiaccio permanente, la quota del ghiacciaio del Similaun si è alzato più di quanto sia mai successo negli ultimi 6000 anni. Da qui la conferma di un riscaldamento antropogenico senza precedenti. Il ritiro dei ghiacciai alpini è considerato, infatti, la prova provata del cambiamento climatico in atto e in ogni articolo, servizio radiotelevisivo, intervento sui blog e via cantando, non manca mai il riferimento ai ghiacciai alpini che stanno scomparendo a causa dell’azione dell’uomo.

E’ stata, quindi, profonda la mia sorpresa nel leggere questo articolo. Perché Bohleber et al., 2020 è veramente un articolo coraggioso. Esso dimostra, infatti, che prima di 6000 anni a partire da oggi, le Alpi erano prive di ghiacciai stabili al di sotto dei 4000 metri di quota. A tale conclusione gli autori sono giunti, effettuando una serie di ricerche sul ghiacciaio sommitale di Weißseespitze. Questo ghiacciaio si trova a circa 3500 metri di quota, nelle Alpi Austriache, a soli dodici chilometri dal punto in cui fu ritrovato il corpo di Ötzi. Per la cronaca il sito del ritrovamento si trova circa 300 metri più in basso di quello in cui sono state effettuate le ricerche, per cui bisogna andarci con i piedi di piombo nel trarre conclusioni perché 300 metri di differenza di quota non sono un’inezia. I ghiacciai alpini sono studiati con particolare riferimento alle fronti glaciali ed alla loro perdita di massa, in quanto sono le caratteristiche fisiche di un ghiacciaio che più facilmente possono essere acquisite. Ciò che accade nella parte alta del ghiacciaio è, spesso, trascurato anche a causa dell’estrema difficoltà di accesso a tali siti.

Il ghiacciaio sommitale di Weißseespitze risulta di difficile accesso in quanto si trova in cima ad una cresta montuosa, ma è estremamente interessante, in quanto molto stabile nel tempo. Ha la forma di una cupola ed il tasso di perdita di massa glaciale è minimo. Ciò permette di escludere che il deflusso glaciale avvenga per fusione basale e, quindi, si presume che gli unici movimenti della massa glaciale siano conseguenza di ablazione superficiale e di deformazione basale della massa glaciale.  Detto in altri termini le temperature del corpo del ghiacciaio sono sempre inferiori allo zero e ciò da secoli se non millenni.

Bohleber e colleghi hanno prelevato una carota glaciale nella zona sommitale del ghiacciaio nel corso del 2019 e, successivamente, hanno provveduto alla datazione dei vari strati, mediante la tecnica del radiocarbonio applicata ai residui organici presenti nel campione di ghiaccio. La mancanza di isotopi radioattivi nella parte superficiale del ghiacciaio consente di stabilire che essa è anteriore agli anni sessanta del secolo scorso (periodo in cui ci furono le esplosioni in atmosfera degli ordigni atomici). Fino ad oggi la determinazione dell’età dei ghiacciai avveniva a seguito dell’esame dei reperti organici che venivano restituiti lungo le fronti glaciali. Con l’affinarsi delle tecniche di indagine, è stato possibile analizzare campioni sempre più piccoli fino ad arrivare a dedurre l’età dei residui carboniosi insolubili costituenti gli aerosol che fungono da nuclei di condensazione all’interno delle nubi e che precipitano al suolo sotto forma di acqua o, nel nostro caso, neve. Applicando queste tecniche ai residui carboniosi racchiusi all’interno del campione glaciale, Bohleber et al., 2020 giunge alla conclusione che l’età dei ghiacci esaminati aumenta con la profondità e che i ghiacci più antichi presenti nel ghiacciaio indagato hanno un’età di circa 5900 anni.

Tradotto in termini più terra terra, significa che prima di 5900 anni fa, a 3500 metri di quota, nelle Alpi non c’era ghiaccio perenne. La conclusione è forte, perché la presenza dei ghiacciai alpini dipende dalla temperatura e, la loro assenza, testimonia che 6000 anni fa le temperature globali erano tali da impedire che essi potessero formarsi al di sotto dei 4000 metri. Le temperature attuali non sono, pertanto, senza precedenti come si ostinano a segnalarci tutti coloro che vivono all’esterno del Villaggio di Asterix, ma sono molto più basse di quanto lo siano state nel passato. In un precedente articolo pubblicato qui su CM si dimostrava che 50 milioni di anni fa la Terra aveva conosciuto temperature globali di circa 10° C maggiori di quelle attuali, ora possiamo affermare che solo 6000 anni fa, le temperature dell’emisfero nord erano tali, da impedire che sulla catena alpina potessero esistere ghiacciai sotto i 4000 metri di quota e, quindi, maggiori di quelle odierne. Ci trovavamo in quello che i geologi classificano come Optimum Climatico Olocenico. Tale periodo ebbe termine proprio intorno a 6000 anni fa, con l’avvento di un periodo freddo che, tra alti e bassi, si protrasse fino alla fine della PEG (Piccola Era Glaciale), ossia fino alla metà del XIX secolo. Dati concordanti emergono da proxy derivati da carote di sedimenti provenienti dalla torbiera di Oberfernau e da altri registri di dati di prossimità.

Tornando alla vicenda del nostro Ötzi, possiamo dire che egli visse in un’epoca caratterizzata da un repentino cambiamento climatico che nel giro di qualche centinaio di anni consentì alla quota dei ghiacci perenni della catena alpina, di abbassarsi di diverse centinaia di metri. Intorno a 5900±700 anni fa, infatti, nel sito del ritrovamento del cadavere del cacciatore tirolese preistorico, sicuramente non vi erano i ghiacci che vi erano al momento della sua morte avvenuta tra 5100 e 5300 anni fa. La vita di Ötzi si è svolta, quindi, all’interno della fascia di incertezza che caratterizza la presenza di ghiacci perenni nel luogo in cui egli morì. Quanto rapida è stata la discesa della quota dei ghiacci perenni sulle Alpi? Non abbiamo modo di appurarlo, ma senza dubbio è stata veloce. E’ molto probabile che il luogo in cui il suo corpo fu ritrovato, fosse privo di ghiacci quando lui era ancora in vita, ma questo, purtroppo, nessuno potrà mai assicurarcelo.

Conclusa la vicenda di Ötzi, cerchiamo di capire se ciò che è stato detto riguarda solo le Alpi Austriache o l’intera catena alpina. Bohleber et al., 2020 cita studi effettuati su diverse altre carote di ghiaccio, prelevate da ghiacciai ubicati lungo tutta la catena alpina e in tutti i casi esaminati si vede come l’età dei ghiacci perenni, vari al variare della quota a cui si trova il ghiacciaio: più la quota del ghiacciaio è bassa, minore è l’età del ghiacciaio. Si va dai circa 4000 anni dei ghiacciai posti a 2500 metri di quota, agli 11500 anni di quelli posti a 4500 metri di quota. Se ne deduce la stretta dipendenza dell’età dei ghiacciai dalla loro quota e, quindi, dalla temperatura.

A questo punto è necessario, però, mettere in luce qualche limite dello studio che gli autori hanno cercato di motivare, ma che bisogna tener presenti per esprimere un giudizio globale sull’intera vicenda.

Il primo problema riguarda la differenza tra le datazioni degli accumuli glaciali effettuate sulla parte sommitale delle creste montuose e quelle effettuate sui fianchi dei ghiacciai. In genere le datazioni effettuate sulle creste, corrispondono ad età maggiori, rispetto alle datazioni effettuate sui fianchi del ghiacciaio. E’ quanto accade per il ghiacciaio di Colle Gnifetti nel massiccio del Monte Rosa e per quello di Col du Dome nel massiccio del Monte Bianco, entrambi ubicati nelle Alpi Occidentali. Secondo gli autori tale differenza deve essere ricercata nei fenomeni di fusione basale connessi al deflusso delle masse di ghiaccio, lungo le lingue che ne caratterizzano lo sviluppo planimetrico. Altra spiegazione (che mi convince di più) è quella che vede l’accumulo di ghiaccio avvenire prima a quote più elevate e, successivamente, estendersi alle quote più basse.

Altro limite di Bohleber et al., 2020 riguarda la differenza tra le datazioni effettuate sulla base dei micro reperti carboniosi dispersi nella massa glaciale e quelle basate sui reperti preistorici inglobati nei ghiacci. Questa differenza, personalmente, non mi impressiona più di tanto: il reperto preistorico deve avere sicuramente un’età maggiore di quella del ghiaccio in cui si trova. Il micro residuo carbonioso, invece, fa parte integrante della neve che ha dato origine al ghiaccio, per cui tendo ad aver maggior fiducia nella datazione basata sul micro residuo.

E per finire, non può passare sotto silenzio la genuflessione di rito al nume supremo del cambiamento climatico di origine antropica. E’ vero che le Alpi nel passato sono state prive di ghiacciai, scrivono gli autori, ma ciò che deve far riflettere è la rapidità con cui stanno scomparendo i ghiacci alpini odierni: tra due decenni saranno scomparsi accumuli di ghiaccio risalenti a seimila anni fa. Una contraddizione in termini bella e buona con il contenuto dell’articolo. Nell’articolo è scritto che la glaciazione che ha coinvolto l’Uomo del Similaun è stata repentina (qualche centinaio d’anni), nella genuflessione si parla di scomparsa di ghiacciai che per formarsi hanno impiegato seimila anni. Non è vero, ma fa comodo alla causa. Diverso sarebbe stato l’effetto se avessero scritto, come dovevano, che i ghiacciai stanno scomparendo rapidamente come rapidamente si erano formati.

Per chiudere il presente articolo, permettetemi una domanda retorica. Visto che nel medio olocene non si bruciavano combustibili fossili e gli uomini erano pochi e che vivevano nell’immaginario collettivo in armonia con la natura, chi era responsabile del cambiamento climatico verificatosi? Non potrebbe trattarsi di variabilità interna al clima olocenico?

ClimateMonitor

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