L’immaginaria crisi climatica: come possiamo cambiare il messaggio?

Pubblicato da Luigi Mariani il 7 Aprile 2021

Brevi note a margine della conferenza del professor Richard Lindzen del 31 marzo 2021, organizzata dall’Irish Climate Science Forum e da Climate Intelligence.

Premessa

Preciso che ho seguito da remoto la conferenza che Richard Lindzen, professore emerito di Fisica dell’atmosfera al MIT, ha tenuto il 31 marzo 2021. Per motivi di tempo non ho invece potuto seguire il successivo dibattito. La conferenza, tenuta in zoom e seguita soprattutto da persone di una certa età, è stata a più riprese disturbata da malefici trolls che si sono intromessi con musica ad alto volume e disegni osceni.

Qui si trova una sintetica biografia del professor Lindzen e uno stringatissimo sommario dei contenuti della conferenza.

Di seguito provo a fare un sommario resoconto dei temi più rilevanti emersi, utilizzando i miei appunti e attingendo ai contenuti delle slides che il professor Lindzen ha presentato. A ciò ho aggiunto alcuni miei commenti.

I temi più rilevanti trattati

La conferenza, che è durata circa 30’, è partita dalla constatazione di una sconfitta nel trasferire all’opinione pubblica una visione realistica circa il clima, la sua evoluzione e i suoi rapporti con i viventi. Ciò è illustrato dalla prima slide di cui riporto qui di seguito la traduzione in italiano.

Per circa 33 anni, molti di noi hanno combattuto contro l’“isteria climatica”. Ciò è stato fatto evidenziando le debolezze di un “approccio isterico” al clima in termini di sensibilità climatica esagerata, scarsa considerazione di altri processi e della variabilità naturale interna al sistema, incoerenze rispetto ai dati rilevabili da analisi paleoclimatiche e assenza di prove di trend positivi in uragani, tornado e vari altri eventi estremi. Abbiamo anche sottolineato i benefici degli aumentati livelli di CO2 e di un riscaldamento contenuto.

Tuttavia per quanto attiene alle politiche governative, possiamo dire di essere stati inefficaci: nello specifico i nostri sforzi non hanno fatto altro che mostrare (erroneamente) che prendiamo sul serio lo scenario di minaccia. In questo seminario mi propongo pertanto di tentare un’analisi di questo fallimento.

A titolo di esempio di quanto di esagerato vi sia nell’approccio odierno all’AGW, Richard Lindzen ha presentato un diagramma (figura 1) che illustra le capacità di adattamento dell’uomo a escursioni termiche correntemente osservate nel corso dell’anno in alcuni ambiti urbani statunitensi e confrontate con l’aumento delle temperature globali registrato negli ultimi 120 anni (+1,2°C – figura 2 e figura 1 a sinistra). Al riguardo segnalo ai lettori che le figure sono tratte da Lindzen e Christy (2020).

Figura 1 – Variazioni di temperatura con cui la popolazione di alcune grandi città degli USA si confronta costantemente e loro raffronto con l’AGW degli ultimi 120 anni (+1.2°C).
Figura 2 – Andamento delle temperature globali negli ultimi 120 anni (media mobile a 11 anni).

Lindzen ha poi affrontato il tema della strumentalizzazione della scienza da parte delle elites evidenziando i seguenti aspetti:

  1. Le élite sono sempre alla ricerca di modi per pubblicizzare le proprie virtù ed affermare l’autorità di cui credono di essere titolati
  2. Le élite considerano la scienza come fonte di autorità piuttosto che come un processo, e cercano di appropriarsi della scienza, adeguatamente e erroneamente semplificata, come base per i movimenti da loro promossi.
  3. I movimenti hanno bisogno di obiettivi, e questi obiettivi sono generalmente incorporati nella legislazione
  4. L’effetto della legislazione sopravvive a lungo sopravvivendo anche alla smentita delle ipotesi scientifiche su cui si basavano.
  5. Finché gli scienziati sono ricompensati per averlo fatto, è improbabile che si oppongano allo sfruttamento della scienza per altri fini.

Come esempio di tale schema, Lindzen ha citato il caso di Herbert Spencer Jennings, professore di genetica presso la Johns Hopkins University e figura di spicco della genetica americana fra le due guerre: nel suo libro del 1930, “The Biological Basis of Human Nature” Jennings, che in privato si  opponeva allo sfruttamento politico della genetica, affermava che: “E’ passato il tempo in cui il biologo veniva raffigurato al pubblico come una creatura bizzarra con tasche rigonfie di serpenti e tritoni. Oggi, infatti, ci si è accorti che il mondo dev’essere gestito su basi scientifiche e pertanto la vita e la società devono essere basate su solide massime biologiche! È così che la biologia è diventata popolare!“.

Si noti qui che le “solide massime biologiche” cui si riferiva Jennings erano quelle dell’eugenetica anglosassone, nata in ambito progressista (Borgognone, 2020) e che giunse ad offrire strumenti operativi allo stesso nazismo (Glass e Stern, 1986; Barkan, 1991). Fu infatti l’eugenetica anglosassone a proporre pratiche come la sterilizzazione forzata di persone a torto o a ragione ritenute affette da tare o da basso QI e il divieto di unioni interrazziali per timore di “indebolimento della razza anglosassone”.

In tale ambito si mosse anche Jennings, citato da Lindzen che lo accredita di una sorta di doppia morale frutto della volontà di convivere in modo armonico con i seguaci più radicali dell’eugenetica che erano attivi nelle società scientifica americane e inglesi.

Volendo portarci a qualcosa di più prossimo alla nostra esperienza quotidiana, proviamo a riflettere sul fatto che l’Europa, patria della democrazie e dei diritti, è da decenni impegnata a perdere sovranità in campo alimentare e energetico. Tale perdita di sovranità viene ottenuta puntando sulle energie rinnovabili (l’aleatorietà della disponibilità di fotovoltaico ed eolico unita al rifiuto di investimenti nel nucleare e nell’idroelettrico ci espone alla dipendenza dalla Russia per il gas o dalla Cina per i pannelli solari)  e sul biologico in agricoltura (indirizzare l’agricoltura europea verso una tecnologia che con riferimento alla grandi coltura produce dal 20 al 70% in meno ci renderà sempre più dipendenti dai mercati internazionali, con effetti indesiderati dai più, come l’aumento della deforestazione in Amazzonia). In sostanza il progressismo che anima i movimenti che in Europa propugnano le rinnovabili e il biologico si traduce in un costante trasferimento di risorse economiche e di sovranità verso regimi rispetto ai quali l’Europa stessa si dichiara a parole contraria.

Altra questione chiave è secondo Lindzen quella del rapporto tuttora non risolto fra cultura scientifica e umanistica:

Molte volte ho presenziato a raduni di persone che secondo gli standard culturali correnti sono ritenute altamente istruite e che esprimono con notevole entusiasmo la loro incredulità rispetto a quello che loro chiamano l’analfabetismo degli scienziati. Una o due volte, dopo essere stato provocato, ho chiesto la lista di quanti di loro sapessero enunciare il secondo principio della termodinamica, ottenendo risposte fredde e negative. Eppure ho chiesto loro qualcosa di equivalente al fatto dell’avere o meno letto un’opera di Shakespeare. Ora credo che non avrei ottenuto una risposta diversa se avessi fatto una domanda ancora più semplice, come cosa si intende per massa, o accelerazione, che è l’equivalente scientifico del saper leggere e scrivere.  In sostanza rispetto al grande edificio della fisica moderna la maggior parte delle persone più intelligenti nel mondo occidentale ha all’incirca lo stesso livello di conoscenza dei nostri antenati neolitici.

Anche questo mi pare un tema rilevante in quanto una visione troppo superficiale porta ad affermazioni del tipo “tanta CO2 tanta temperatura” di cui troppi si riempiono oggi la bocca senza tener conto della complessità insita nel sistema climatico che è data ad esempio dalla circolazione atmosferica alle diverse scale (da scale millimetriche a migliaia di chilometri) con i relativi trasferimenti di materia ed energia. Trascurare la circolazione atmosferica, come moltissimi oggi fanno impunemente parlando di clima, è infatti come ragionare di fisiologia umana senza considerare la circolazione sanguigna e rifugiandosi nella vecchia teoria degli umori.

Le conclusioni

Lindzen ha concluso in questo modo:

Il nostro compito è mostrare alla gente la stupidità di fondo del problema posto (la crisi climatica) anziché perdersi nell’approfondire i dettagli. Infatti, concentrandosi sul dettagli otteniamo solo il risultato di mostrare quanto siamo bravi nei nostri ambiti specialistici. Il mio uso del termine “semplicemente” è probabilmente ingiustificato nel senso che è ovvio che i dettagli sono scientificamente importanti. Tuttavia, con ciò non consideriamo le caratteristiche del nostro pubblico di riferimento o l’assurdità insita nel problema della catastrofe climatica così come viene oggi posto. È probabile allora che si debba puntare sull’insicurezza delle elite istruite, mostrando loro quanto siano sciocchi anziché superiori o virtuosi. In tale approccio non dobbiamo mai scordare quanto la collettività sia impermeabile alla scienza reale a meno che non venga ricondotta al suo livello. Nell’operare tale riduzione è tuttavia essenziale che si mantenga la veridicità di quanto detto. Come sia possibile ottenere tutto ciò senza perdere in efficacia è una domanda aperta.

Prego i lettori di notare che Lindzen ha volutamente evitato di tenere una conferenza di climatologia, invitandoci invece a prendere atto di tre elementi:

  1. Il fallimento della strategia fin qui seguita e basata su un confronto sul piano scientifico.
  2. Le sistematiche invasioni di campo di politica ed economia che hanno strumentalizzato la scienza, la quale si è fatta strumentalizzare alla grande, perché vuole essere al centro dell’attenzione ed avere ritorni economici e di immagine.
  3. Gli steccati esistenti fra cultura scientifica e umanistica, molto duri da abbattere (sono gli umanisti che rifiutano la cultura quantitativa e coniano slogan e luoghi comuni di grande presa …).

Alla luce di tali elementi, Lindzen ci propone di impostare il dibattito su basi diverse (pochi argomenti chiari, realistici ed efficaci).

A questa proposta cosa rispondiamo? Qui sta l’elemento di riflessione a cui secondo me non dovremmo sfuggire.

In estrema sintesi la ricetta finale di Lindzen consiste nel trovare una narrazione realistica e calibrata sul livello culturale oggi espresso dalla collettività. Ovviamente ciò implica la necessità che qualcuno ti dia la parola su questi temi il che, almeno in Italia, è oggi altamente improbabile.

Ringraziamenti

Ringrazio Gianluca Alimonti e Ernesto Pedrocchi per avere letto in anteprima il testo segnalandomi i refusi in esso presenti.

Bibliografia

Barkan E., 1991. Reevaluating Progressive Eugenics: Herbert Spencer Jennings and the 1924 Immigration Legislation, Journal of the History of Biology, Vol. 24, No. 1 (Spring, 1991), pp. 91-112

Borgognone 2020 Non solo a destra e non solo in Germania – eugenetica tra razzismo e biopolitica, https://it.pearson.com/aree-disciplinari/storia/cultura-storica/novecento-mondo-attuale/eugenetica-razzismo-biopolitica.html

Glass B. Stern C., 1986. Geneticists Embattled: Their Stand against Rampant Eugenics and Racism in America during the 1920s and 1930s Proceedings of the American Philosophical Society, Mar., 1986, Vol. 130, No. 1, (Mar., 1986), pp. 130-154

Lindzen R. and Christy J., 2020. The Global Mean Temperature Anomaly Record. How it works and why it is misleading, The CO2 coalition, 18 pp. http://co2coalition.org/wp-content/uploads/2020/12/Global-Mean-Temperature-Anomaly-Record-12.20.pdf

www.ICSF.ie

www.CLINTEL.org

ClimateMonitor

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