Green Deal, un grande futuro o un pasticcio legale che ci bollirà?

Pubblicato da Gianluca Alimonti il 7 Agosto 2021

L’8 e il 28 luglio 2021 Samuel Furfari, esperto in politiche energetiche e a lungo funzionario della DG Energia dell’Unione Europea, ha pubblicato due articoli in lingua francese, che sono qui riportati in bibliografia e che ci sono apparsi molto interessanti in relazione al dibattito sul Green deal. Abbiamo pertanto pensato utile di tradurli in italiano integrandoli in un unico testo che è stato per correttezza sottoposto all’autore che ci ha confermato il suo gradimento. 

Gianluca Alimonti e Luigi Mariani

IL TRATTATO DI LISBONA CI SALVERÀ DALLE MISURE LIBERTICIDE DEL PATTO VERDE O FINIREMO BOLLITI COME LA RANA DEL NOTO APOLOGO?

Di Samuele Furfari

La Commissione Europea ha adottato il 14 luglio 2021 dodici proposte di legge in materia di clima, energia, uso del suolo, trasporti e fiscalità che perseguono l’obiettivo, approvato lo scorso dicembre da Consiglio e Parlamento europei, di ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 55% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 e di fare dell’Europa il primo continente che raggiungerà la neutralità climatica entro il 2050. Le dodici proposte sono state presentate in una conferenza stampa che ha visto la partecipazione del Vicepresidente della Commissione e di sette Commissari e nel corso della quale si è lodato l’ineguagliato spessore delle migliaia di pagine dei testi con cui si preconizza la profonda trasformazione dell’economia e della società per renderle “giuste, ecologiche e prospere”. Senza mezzi termini il Vicepresidente ha introdotto l’argomento giocando sulla paura della catastrofe climatica, e qui possiamo solo immaginare quanta demagogia aggiuntiva si sarebbe utilizzata se tale conferenza stampa fosse avvenuta dopo le alluvioni che hanno colpito Germania e Belgio il giorno successivo.

Le reazioni dei verdi e di varie lobby

Non appena le dodici proposte legislative della Commissione UE sono state pubblicate, le ONG ambientali le hanno tacciate di scarsa lungimiranza e insufficiente rapidità. Alcune ONG si sono inoltre lamentate del trattamento favorevole che la Commissione riserva alla combustione del legno – pomposamente ribattezzata bioenergia – per placare i paesi nordici che non possono contare sull’energia solare come quelli più a sud, ma anche perché senza la “bioenergia” che rappresenta i due terzi delle energie rinnovabili, l’obiettivo europeo sarebbe del tutto improponibile.

Varie lobby industriali e dei trasporti hanno trovato da ridire sui punti che le colpiranno. Per la cronaca, la lobby forestale svedese contesta le misure di tassazione del trasporto marittimo, perché renderà più costoso il trasporto del loro legname.

Dev’essere chiaro che questo pacchetto di proposte legislative e fiscali interesserà tutti gli aspetti del mondo economico, ma anche ogni minimo gesto dei cittadini europei e che queste dodici proposte legislative hanno una forte carica liberticida.

Abbiamo imparato al liceo che l’energia è lo stesso concetto fisico del lavoro, cioè il movimento di una forza (un peso) su una distanza. Di conseguenza, tutto ciò che facciamo nella vita – assolutamente tutto – ha bisogno di energia. Queste misure proposte dalla Commissione avranno quindi un impatto su tutti noi.

Comprendiamo che dovremo pagare a caro prezzo queste misure che non sono in alcun modo economiche poiché altrimenti non sarebbe stato necessario legiferare. Solo per fare un esempio, la Commissione vuole portare le energie rinnovabili al 40% dell’energia finale consumata nel 2030 contro il 19,7% indicato nei più recenti dati Eurostat.

La sfida insostenibile delle rinnovabili

Le rinnovabili intermittenti (solare ed eolico) rappresentano un quinto del totale delle energie rinnovabili e sono le uniche forme di energia rinnovabile accettate dagli ambientalisti. Nonostante esse siano state pesantemente promosse da singoli paesi e da organizzazioni internazionali per quasi 50 anni (a partire dal primo shock petrolifero del 1973), esse rappresentano oggi solo circa il 3% della domanda mondiale di energia primaria. Si tratta di dati che fanno emergere la manipolazione in atto da parte di coloro che affermano senza mezzi termini che le energie rinnovabili sono economiche.

Non occorre dunque un esperto per capire che portare le rinnovabili a coprire il 100% del fabbisogno energetico UE non è una sfida ma è pura utopia. Quel che è possibile è dunque un incremento parziale della loro quota e che tale incremento sarà ottenuto a caro prezzo.

Ma allora, perché la Commissione Europea dovrebbe pubblicare un testo di 469 pagine per forzare la produzione delle rinnovabili? Tutto questo sarà possibile solo rendendo cara e scarsa l’energia, il che è l’opposto dell’obiettivo alla base della creazione della Comunità europea, nata per avere “energia abbondante e a buon mercato” (conferenza di Messina, 1955).

La Commissione è consapevole delle implicazioni sociali delle misure fiscali che sono essenziali per forzare l’attuazione di misure non sostenibili sul piano economico, ed è per tale motivo che ha proposto un nuovo Fondo sociale per il clima che consenta di assegnare mezzi agli Stati membri per aiutare le persone a finanziare i loro investimenti in ristrutturazioni, nuovi sistemi di riscaldamento e raffreddamento e mobilità più pulita.

Il Fondo Sociale per il Clima dovrebbe essere finanziato dal bilancio dell’Unione, dotato di 72,2 miliardi di euro di finanziamento per il periodo 2025-2032, il che richiederà una “modifica mirata” del quadro finanziario pluriennale.  Con ciò si aprirà un vaso di Pandora chiedendo agli Stati membri di contribuire al 50% con i loro bilanci. Il governo ungherese ha già dichiarato che porrà il veto a queste misure e ha il diritto di farlo trattandosi di misure fiscali in quanto l’articolo 194, comma 3, del Trattato di Lisbona richiede l’unanimità per le misure “di natura essenzialmente fiscale”. E in condizione analoga si trovano molti dei testi proposti dalla Commissione e senza dubbio la cosa finirà davanti alla Corte europea, per cui ci vorranno anni e l’obiettivo del 2030 non potrà essere raggiunto.

Ci si può anche chiedere se tutte le misure in questione non siano contrarie all’articolo 194, comma 2 del Trattato che tutela “il diritto di uno Stato membro a determinare le condizioni di sfruttamento delle sue risorse energetiche, la sua scelta tra diverse fonti energetiche e la struttura generale del suo approvvigionamento energetico”[1]. In ragione di ciò la direttiva sulle energie rinnovabili non dirà quali energie rinnovabili produrre o utilizzare perché sarebbe illegale ma tutte le misure proposte il 14 luglio impattano indirettamente sulle scelte energetiche degli Stati. Ne è un esempio il caso della Polonia, paese nel quale il 72% dell’elettricità proviene dal carbone nazionale e che ha accettato di ridurre questa percentuale convinto dalle sostanziose elargizioni europee. Ma passare dal carbone al gas naturale per produrre elettricità è una cosa mentre tassare il riscaldamento domestico come proposto dalla Commissione Europea è un’altra. E qui la messa al bando delle auto termiche, di cui la Polonia è un enorme produttore di componenti, non sarà accettata così facilmente, soprattutto perché i componenti per i veicoli elettrici saranno principalmente importati dalla Cina.

Il sostegno alle rinnovabili intermittenti

Le energie rinnovabili sono e saranno incoraggiate con tutti i mezzi dalle istituzioni dell’UE. La Banca Europea per gli Investimenti ha infatti annunciato l’intenzione di sostenere con trilioni di euro gli investimenti finalizzati ad azioni per il clima e la sostenibilità ambientale (da leggere come “energie rinnovabili intermittenti”) per il periodo 2021-2030. Inoltre, il prossimo quadro finanziario pluriennale darà un contributo significativo all’azione per il clima (da leggere ancora come “rinnovabili intermittenti”).

La Commissione ha annunciato che le sue prossime proposte mireranno a favorire 100 miliardi di euro di investimenti attraverso il “meccanismo di transizione equa” e questi sforzi devono continuare oltre il 2030 con l’obiettivo di sostenere le rinnovabili intermittenti. Ma tutto ciò non si spinge di fatto ad imporre la scelta del mix energetico in modo incompatibile con l’articolo 194, comma 2 del trattato di Lisbona? Da rammentare inoltre l’Energy Charter Treaty (ECT), firmato nel 1994 anche da UE e Euratom e che mira a proteggere gli investimenti stranieri nei combustibili fossili, incoraggiando l’efficienza energetica ma non l’uso di fonti rinnovabili intermittenti. E qui si deve dire che non tutti i 53 firmatari di ECT sono interessati al Green Deal e al suo obiettivo di abbandonare l’uso dei combustibili fossili e che il Green Deal sembra essere in contrasto con l’ECT. Si tratta di un’ulteriore difficoltà giuridica e la soluzione più semplice sarebbe che l’UE e i suoi Stati membri si ritirassero collettivamente dall’ECT, il che avrebbe gravi conseguenze per molti paesi, comprese le ex repubbliche dell’Unione Sovietica che esportano petrolio e gas.

Ovviamente questo è un pasticcio legale. Di recente, i deputati socialisti e ambientalisti hanno affermato che “mantenere la protezione degli investimenti nei combustibili fossili aumenta notevolmente il costo della transizione energetica” esprimendo la loro preoccupazione per le lamentele che si accumulano per il mancato rispetto di questo trattato internazionale e preconizzando lo stravolgimento completo del trattato stesso, nel senso che la protezione dei combustibili fossili dovrebbe essere esclusa dal testo e si dovrebbe riconoscere che questo trattato non è “compatibile con i nostri impegni sul clima”.

Ciò equivale a dire che il Green Deal è effettivamente incompatibile con il Trattato sulla Carta dell’energia e almeno lo rimarrà nei suoi effetti perché anche se i parlamentari sembrano ignorarlo o non lo dicono, come spiega Andrei V. Belyi, “l’ECT garantisce che qualsiasi investitore nell’ambito geografico del trattato ha il diritto di proteggere i suoi beni investiti, anche fino a 20 anni dopo il recesso di uno Stato dal trattato”. Possiamo prevedere che i grandi interessi in gioco non consentiranno rapidi progressi nella modifica del trattato per cui se l’UE non vuole assolutamente sentir parlare di combustibili fossili dovrà abbandonare il trattato, il che richiederà tempo, che sommato ai summenzionati 20 anni di garanzia per gli investitori ci porterà quasi al 2050. Si è dunque parlato di “mondo di domani” ma nulla cambierà!

La deduzione generale è che tutto sul Green Deal è stato deciso troppo in fretta e sarebbe utile prendersi una pausa per consentire agli avvocati non appartenenti alle istituzioni europee di verificare se l’attuazione del Green Deal è conforme al Trattato di Lisbona e di soppesare adeguatamente un eventuale recesso dall’ECT.

L’amnesia sul nucleare

Per non offendere la Germania – ma anche in obbedienza alle convinzioni di alcuni dei suoi Commissari più attivi in ​​questo campo – la Commissione europea non ha osato menzionare il nucleare nel pacchetto del 14 luglio.

Non può vietarlo ma non lo favorisce come fa con le energie rinnovabili benché questa energia non solo non produca CO2 (oggi evita l’emissione di 311 Mt ovvero l’11% delle emissioni totali del settore energetico), ma a differenza delle rinnovabili non è né intermittente né variabile e non necessita di azioni  legislative per essere prodotta.

La storia dell’energia mostra chiaramente che l’energia nucleare ha dato un contributo importante alla riduzione delle emissioni di CO2 e lo stesso IPCC riconosce il nucleare come una valida soluzione per la decarbonizzazione.

Si noti inoltre che i grandi del mondo stanno oggi scommettendo sul nucleare e che in particolare gli Stati Uniti hanno compreso appieno il pericolo che Cina e Russia dominino la futura generazione della tecnologia del nucleare per scopi energetici, per cui il 23 aprile 2020 hanno adottato un documento (“Strategia per ripristinare la leadership americana nell’energia nucleare”) in cui si riconosce il sottosfruttamento delle riserve statunitensi di uranio, con una produzione che ammonta a 1,2 milioni di tonnellate che rappresentano solo il 7% del fabbisogno dei loro 98 reattori mentre Il resto viene importato, soprattutto dalla Russia, il che è un aspetto negativo per la sicurezza dell’approvvigionamento. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno deciso di incoraggiare la ricerca per l’innovazione tecnologica (Generazione IV, SMR, ecc.) e lo scorso marzo, nell’ambito di un piano per la produzione di energia nucleare per gli Stati Uniti, il Pentagono ha firmato tre contratti per la progettazione di microreattori nucleari e lo sviluppo di un prototipo da 1 – 5 megawatt da installare in aree in cui la difesa degli Stati Uniti ha bisogno di elettricità abbondante e sicura.

Tuttavia, l’UE non menziona affatto l’energia nucleare nella sua strategia verde. Oggi il Green Deal sembra fare di tutto per non favorire l’energia nucleare. Le regole di controllo di Bruxelles sugli aiuti di Stato nel campo dell’energia e della protezione ambientale consentono ai progetti di energia rinnovabile di beneficiare di sovvenzioni. Tuttavia, queste regole non riguardano l’energia nucleare, il che rende difficile stabilire contratti di garanzia dei ricavi per la produzione di elettricità dai futuri reattori nucleari da costruire. Più esplicitamente, l’energia nucleare non è considerata dal gruppo di tecnici esperti sulla finanza sostenibile che stabilisce un elenco di tecnologie qualificate come “sostenibili” per investitori, mercati finanziari e banche pubbliche. Il 16 giugno 2020 il Parlamento Europeo ha adottato questa posizione senza menzionare alcuna tecnologia, ma la Commissione esclude il nucleare. Naturalmente, queste disposizioni antinucleari non hanno forza di legge e tale aspetto non è ignorato dalle istituzioni dell’Unione Europea. Dato infatti che 16 Stati membri gestiscono o hanno annunciato la costruzione di impianti nucleari, il Consiglio europeo, nelle sue conclusioni del 12 dicembre 2019, “riconosce la necessità […] di rispettare il diritto degli Stati membri di decidere il proprio mix energetico e di scegliere le tecnologie più appropriate”. Inoltre, il 22 giugno 2020, il ministro polacco del clima – e non dell’energia – ha richiamato l’attenzione dei tre commissari europei sulla contraddizione tra la volontà di ridurre le emissioni di CO2 e l’esclusione del nucleare scrivendo loro quanto segue: “Siamo sorpresi del fatto che l’energia nucleare non sia stata presa in considerazione nelle recenti politiche dell’UE, compreso il pacchetto “Green Deal”[…]. Pertanto, chiediamo alla Commissione europea, in quanto custode dei Trattati, ivi compreso il trattato Euratom, di garantire che la politica energetica e climatica dell’UE sia sviluppata in modo tecnologicamente neutrale e basata su dati concreti.” Sebbene in un linguaggio diplomatico, il messaggio è che la Commissione europea di fatto non sta rispettando i Trattati.

Il pretesto della pandemia

Con il sostegno dei media e delle ONG ambientali, la Commissione sta dunque cercando di farsi strada e su questo i governi reagiranno e le popolazioni ancora di più. I gilè gialli saranno insufficienti e l’intero guardaroba dovrà diventare giallo. Conosciamo la storia della rana, che viene immersa in acqua gradualmente riscaldata e che finisce bollita senza accorgersene. La popolazione europea, costantemente spaventata dalle previsioni apocalittiche delle ONG ambientali e dei politici in cerca di sostegno popolare, ignora le terribili conseguenze socio-economiche delle politiche climatiche ed ingenuamente ha fin qui accettato tutto senza cogliere il fatto che le emissioni globali sono aumentate del 58% dall’adozione della convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici e che la Cina ogni anno aumenta le sue emissioni di CO2 del 70% di quelle annue della Francia. I politici approfitteranno della privazione della libertà decisa per affrontare la pandemia per imporre alla popolazione un’altra ondata di costrizioni? Come la rana, salteremo fuori dalla già caldissima pentola del cambiamento climatico europeo che sta distruggendo ciò che abbiamo costruito così bene dal 1950? Abbiamo bisogno dell’UE, ma da essa debbono venire prosperità e innovazione, non leggi e tasse.

Bibliografia

Furfari S., 8 luglio 2021 Le Pacte vert est-il compatible avec le Traité de Lisbonne et la Charte de l’Énergie ? https://www.europeanscientist.com/fr/opinion/le-pacte-vert-est-il-compatible-avec-le-traite-de-lisbonne-et-la-charte-de-lenergie/

Furfari S., 28 luglio 2021.  Union européenne : le pacte vert incompatible avec le traité de Lisbonne – Le traité de Lisbonne nous sauvera-t-il des mesures liberticides du pacte vert ?

Union européenne : le pacte vert incompatible avec le traité de Lisbonne

https://www.contrepoints.org/2021/07/28/402327-union-europeenne-le-pacte-vert-incompatible-avec-le-traite-de-lisbonne/embed#?secret=6wPO7HB62q

L’’ultimo lavoro di Samuele Furfari è un libro in due volumi dal titolo “The changing world of energy and the geopolitical challenges”. Vedi www.furfari.wordpress.com

[1] Durante la negoziazione del Trattato di Maastricht, Italia, Belgio e Comunità europea proposero di introdurre nel nuovo Trattato un capitolo sull’energia. Tuttavia, quando arrivò a Maastricht, François Mitterrand, allora presidente della Repubblica francese, fece ritirare questo capitolo dal progetto di trattato, sostenendo che non si doveva lasciare la decisione sul futuro dell’energia nucleare francese nelle mani dei funzionari di Bruxelles. Successivamente, in particolare in seguito alle crisi del gas tra Russia e Ucraina nel 2006 e nel 2009, la mentalità è cambiata e una conferenza interministeriale è riuscita a inserire un articolo sull’energia nel trattato di Lisbona. L’articolo 194, comma 1, del vigente Trattato UE autorizza infatti una serie di provvedimenti di politica energetica, quali la promozione delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica, la realizzazione del mercato unico dell’energia e lo sviluppo di infrastrutture energetiche interconnesse. Ma sempre nello spirito di François Mitterrand, l’articolo 194, comma 2, afferma chiaramente che la scelta del mix energetico resta di competenza degli Stati membri.

ClimateMonitor



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