Fregami, ma di Verde saziami

Pubblicato da Massimo Lupicino il 18 Settembre 2021

“Fondi ESG”. Qualcuno ne ha sentito parlare? Probabilmente sì. Sono strumenti di investimento molto popolari, che vengono proposti ormai a chiunque all’interno di un portafoglio di investimenti che sia “sostenibile”. ESG infatti è l’acronimo inglese per “Environmental, Social and Governance”.

Per portare a termine la filantropica missione, i fondi ESG promettono di investire in titoli (in prevalenza azionari, ma in modo crescente persino obbligazionari) che siano coinvolti in iniziative “green” o comunque all’insegna della “sostenibilità”.

Chi giudica il giudice?

Il punto è sempre il solito: chi decide se una attività è realmente sostenibile o meno? E cosa si intende per “sostenibilità”? È sostenibile un mondo in cui la gente non può comprare da mangiare perché la bolletta energetica è cara come il fuoco, il suolo agricolo viene divorato dai pannelli e milioni di posti di lavoro vanno in fumo perché le industrie chiudono una dopo l’altra a causa di legislazioni demenziali sulle quote di emissione di CO2?

Secondo Blackrock e i suoi fratelli, sì: quel mondo è sostenibile. Sicuramente è sostenibile per i miliardari che quel mondo l’hanno pensato, anzi, più che sostenibile è decisamente auspicabile. Perché quello degli investimenti ESG pare essere solamente l’ultimo stratagemma per gonfiare una ennesima bolla finanziaria che arricchisca i già ricchi e impoverisca la stramaledetta classe media che si oppone al Great Reset.

Una bolla tira l’altra

Da questo punto di vista, la bolla ESG ricorda molto quella dei mutui subprime: oggi come 15 anni fa, strumenti finanziari modaioli vengono fatti ingurgitare a tutti, dalla casalinga di Voghera al fondo pensione californiano, senza spiegare cosa contengono e limitandosi ad ammantarli di virtù etiche superiori.

Se nel 2008 i subprime erano la manna dal cielo che permetteva a chiunque di comprare una casa, oggi gli ESG sono la scala per il paradiso immaginato da Davos: quello in cui uomini e donne si cibano di farine di insetti all’ombra di un pannello di silicio, ipnotizzati da una pala eolica mentre scrivono scemenze sui social network in quanto disoccupati (ma sostenuti da un reddito di cittadinanza che gli permetta di comprare la pizza e gli antidepressivi su Amazon).

Rispetto ai mutui subprime, tuttavia, i fondi ESG non promettono di esplodere e disintegrarsi nel giro di una settimana. E sapete perché?

Perché non sono così “green”

In alcuni casi questi fondi ESG portano in pancia attività redditizie, molto redditizie. No, non parliamo di attività di “Green” che di redditizio hanno ben poco se non la possibilità di ingrassarsi a spese del contribuente grazie a strumenti diabolici di decrescita globale come i mercati delle emissioni di CO2.

Le attività redditizie che portano in pancia sono, per esempio, quelle di società petrolifere.

Avete capito bene: alcuni giganteschi fondi ESG portano in dote anche azioni di società oil & gas. Per una ragione molto semplice: perché portano quei profitti che il “Green” non sarà mai in grado di fare, a meno di incentivare la produzione elettrica “verde” al punto da costringere la gente a tornare all’uso delle candele e dei lumi a grasso di balena.

Ma come ci finiscono società petrolifere dentro i fondi ESG?

Semplice: attraverso operazioni di “Rebranding”. Ovvero: si cambia il nome del fondo lasciando il sottostante inalterato, e poi lo si vende al gregge di fessi con la promessa di salvare il mondo dalla catastrofe climatica.

I numeri di questa operazione di greenwashing sono impressionanti. Solo nell’ultimo anno 25 fondi sono stati ridenominati come “ESG”, e da quel momento i soldi del gregge hanno iniziato ad affluire copiosamente (WSJ). Si parla in gran parte di fondi che avevano visto gli investitori fuggire prima della ridenominazione, per poi ritornare a frotte dopo la verniciata di verde.

Fig.1: Effetto del “rebranding” sui flussi di capitale nel fondo “American Century …” Fonte: Zerohedge

Alcuni di questi casi sono clamorosi. Il fondo “USAA World Growth Fund” adesso si chiama “USAA Sustainable World Fund”. Peccato che lo stesso fondo porti in dote piu di 100 milioni di dollari di investimenti in 47 (leggi quarantasette) diverse compagnie coinvolte nel business degli idrocarburi.

Altro caso eclatante è quello del fondo “American Century Fundamental Equity”, che da quando è stato ridenominato “Sustainable Equity Fund” ha visto più che decuplicarsi il suo valore (Fig.1).

Qualche osservazione

  • La prima osservazione che viene da fare è che la stessa élite finanziaria che predica di un mondo tutto pannelli e mulini a vento, non crede affatto nella capacità del cosiddetto “Green” di generare utili. E per compensare alla scarsa performance del “Green”, compra di nascosto i titoli delle stesse società petrolifere che sui giornali amici disprezza e invita a vendere.
  • La seconda, è che gli investitori restano lo stesso gregge incompetente, ideologizzato e manipolato di sempre. Si bevono qualsiasi cosa, perché la propaganda clima-catastrofista li bombarda da decenni e non hanno gli strumenti culturali minimi per comprendere le gigantesche fregature scientifiche, sociali, economiche ed ambientali che la “Transizione Energetica” porta con sè.
  • La terza ed ultima osservazione è che è del tutto inutile sperare in un cambiamento di rotta. Si continueranno a disseminare mulini a vento e distese nere di silicio ovunque, e le nostre vite saranno stravolte e rovinate di conseguenza. E si continuerà su questa strada perché la vera essenza della “Transizione Energetica” è puramente finanziaria e speculativa.

Fiumi di denaro

Sono i fiumi di trilioni di dollari generati attraverso i giochi di prestigio dei fondi ESG, il vero motore della “Transizione” che promette di distruggere il benessere della classe media di tutto il mondo occidentale. Un fiume di dollari che vengono strappati dalle tasche dei contribuenti nella forma di bollette energetiche senza senso, e dirottati nei fondi in questione sotto la forma di utili fasulli perché drogati dagli stessi incentivi che gonfiano le bollette.

Sono i soldi che abbandonano la classe media per impilarsi sulle montagne di dollari su cui siede la stessa élite che questo processo lo ha ideato e lo governa.

Finché quel fiume di denaro continuerà a scorrere indisturbato dai grattacieli delle banche centrali ai convegni di Davos, inabissandosi carsicamente nei meandri della “grande” stampa e di certa ricerca scientifica, per sfociare infine nel gigantesco bacino finanziario dei fondi ESG, nulla cambierà.

Servirebbe una nuova e diversa bolla finanziaria per modificare il corso di quel fiume ed evitare che ci affoghiamo tutti dentro, come topi in trappola.

Ma all’orizzonte, dietro distese infinite di mulini a vento e mari di silicio nero, di bolle finanziarie nuove e diverse, purtroppo, ancora non se ne intravedono.

Fonte: ClimateMonitor


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