COP 26: speranze e timori

Pubblicato da Donato Barone il 2 Novembre 2021

Domenica 31 ottobre 2021 a Glasgow si è aperta la ventiseiesima Conferenza delle Parti. Circa due anni fa si era conclusa la COP 25 di Madrid e tutti si erano dati appuntamento alla successiva Conferenza. Tutte le Assise delle Parti successive alla “storica” COP del 2015…

Culminata con la sottoscrizione dell’Accordo di Parigi, erano state considerate interlocutorie: servivano a tener vivi i contatti tra le Parti in vista della verifica dello stato di attuazione di una parte fondamentale dell’Accordo di Parigi. A Parigi ogni Stato aveva assunto dei ben precisi impegni, circa la riduzione delle emissioni (Nationally Determined Contribution o NDC). Tali impegni pur volontari e non vincolanti, nelle intenzioni dei sottoscrittori del Trattato, dovevano essere rideterminati e resi più “ambiziosi” nel quinquennio successivo alla data di svolgimento della COP 21. Ciò significa che, durante la COP 26, ogni Paese sottoscrittore dell’Accordo, doveva ufficializzare i suoi nuovi impegni.

Ad oggi solo una parte degli oltre 190 sottoscrittori dell’Accordo di Parigi, ha reso pubblici i propri impegni e, tra gli “assenti”, figurano Paesi la cui impronta emissiva è enorme, Cina in testa.

Lo scorso settembre l’UNFCCC (Organismo delle Nazioni Unite che sovrintende al processo negoziale che poi sfocia nelle COP) ha pubblicato un rapporto da cui risulta che siamo ben lontani dal tracciato che dovrebbe consentire il raggiungimento degli obiettivi fissati sei anni fa a Parigi. Sulla base dei nuovi NDC pubblicati dai 113 Paesi che li hanno già assunti, le emissioni di CO2 e di altri gas climalteranti saranno di circa il 16% maggiori di quelle del 2010. Ciò ha fatto scrivere agli autori del rapporto che:

The total global GHG emission level in 2030 taking into account implementation of the latest NDCs is expected to be 16.3 per cent above the 2010 level. Taken together with the information in figure 9 and paragraph 149 above, this implies an urgent need for either a significant increase in the level of ambition of NDCs between now and 2030 or a significant overachievement of the latest NDCs, or a combination of both, in order to attain cost-optimal emission levels suggested in many of the scenarios considered by the IPCC. If emissions are not reduced by 2030, they will need to be substantially reduced thereafter to compensate for the slow start on the path to net zero emissions. The SR1.5 identifies net zero CO2 emissions as a prerequisite for halting warming at any level.


Si prevede che il livello globale totale di emissioni di GHG nel 2030, tenendo conto dell’attuazione degli ultimi NDC, sarà del 16,3% superiore al livello del 2010. Considerato insieme alle informazioni nella figura 9 e nel paragrafo 149 supra, ciò implica l’urgente necessità di un aumento significativo del livello di ambizione degli NDC da qui al 2030 o di un significativo superamento degli ultimi NDC, o una combinazione di entrambi, in al fine di raggiungere livelli di emissione ottimali in funzione dei costi suggeriti in molti degli scenari considerati dall’IPCC. Se le emissioni non vengono ridotte entro il 2030, dovranno essere sostanzialmente ridotte in seguito per compensare il lento avvio del percorso verso l’azzeramento delle emissioni nette. La SR1.5 identifica le emissioni nette di CO2 pari a zero come prerequisito per arrestare il riscaldamento a qualsiasi livello.


Tradotto dal linguaggio burocratico, significa che siamo ben lontani dal percorso virtuoso previsto. Un semplice sguardo alla figura 9 del predetto rapporto, è sufficiente a chiarire tutti i dubbi.

Fig. 1: grafico desunto dalla fig. 9 del rapporto FCCC/PA/CMA/2021/8 (fonte citata)

Nel 2015 fui facile profeta nello scrivere che, non essendo l’accordo di Parigi vincolante per i sottoscrittori, esso era pura e semplice carta straccia. E così sembra essersi rivelato. Per capire il motivo per cui esso è illusorio, bastano due esempi. Affinché esso possa avere effetti, gli USA dovrebbero ridurre le loro emissioni nel 2030 del 195% rispetto al 2005 e ciò comporterebbe la riduzione effettiva delle emissioni di circa il 70% (2030 rispetto al 2005) e l’esborso di circa 80 miliardi di dollari annui a favore dei Paesi in via di sviluppo, mentre il Regno Unito dovrebbe ridurre le proprie emissioni nel 2030 del 70% rispetto al 2005 e versare 46 miliardi di dollari annui ai Paesi in via di sviluppo (fonte).

Si tratta di impegni veramente ragguardevoli e non so fino a che punto possano essere presi a cuor leggero. Difatti, fino ad ora, non sono stati presi e sarà difficile che essi possano essere presi.

Secondo il Climate Action Traker, nessun Paese al mondo è in linea con gli impegni necessari per poter raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. In questa mappa interattiva è possibile avere una visione plastica della realtà. Anche l’EU che si picca di essere alla guida del salvataggio del pianeta, in realtà, ha assunto degli impegni insufficienti. Considerando gli effetti già abbastanza pesanti degli impegni assunti, ci vuole poca immaginazione per capire cosa ci aspetta qualora dovesse decidere di “fare sul serio”.

Comunque il tempo è galantuomo e presto vedremo se a Glasgow ci saranno impegni in tal senso o assisteremo al solito turbinio di buone intenzioni che lasciano, però, il tempo che trovano.

Stando alle prime avvisaglie sembrerebbe che la COP 26 non produrrà nulla di concreto. Nello scorso G20 (quello di Roma appena conclusosi), abbiamo assistito ad una delle fantasmagoriche giravolte diplomatiche che caratterizzano questi eventi. Nei giorni precedenti il vertice, il ministro degli esteri russo Lavrov aveva chiaramente espresso il punto di vista del suo Paese: il raggiungimento delle emissioni nette nulle nel 2050 non andava bene alla Russia. Si doveva far slittare il limite di almeno un altro decennio: 2060 era la data che la Russia intendeva proporre. La stessa data era stata proposta dalla Cina fin dallo scorso aprile, per cui due pezzi da 90 dello scenario geopolitico internazionale si sono, di fatto, sfilati dall’Accordo di Parigi. Alla fine però il G20 è stato un successo dal punto di vista del clima. Nella risoluzione finale del vertice è scomparsa la data 2050 e la scadenza perentoria è stata sostituita da una frase: “entro la metà del secolo” che significa tutto ed il contrario di tutto. Per Cina e Russia e per tanti altri che non si sono esposti, significa che il 31/12/2050 nessuno potrà accusarli, di non aver mantenuto i propri impegni, in quanto “metà del secolo” può significare 2051, 2052, 2053, ….

Il numero 2050 avrebbe avuto un significato, la formula “metà del secolo” non significa nulla.

Altra “perla diplomatica” riguarda le centrali a carbone: il 31/12/2021 è il termine entro cui esse possano essere finanziate. Dagli Stati, ovviamente, ma se io decido, con fondi privati, di costruirne una, chi me lo può impedire? Nel documento non è scritto che non si possono più costruire centrali a carbone, ma che esse non possono essere finanziate. C’è una bella differenza. Chi avrà la possibilità di verificare che in Cina, per esempio, una società privata costruisca una centrale a carbone con soldi non pubblici? Ultimamente un colosso immobiliare cinese era sull’orlo del fallimento, ma per ben due volte è riuscito a rimborsare gli interessi (miliardari) ai suoi creditori. Per ora non è fallito e sono sicuro che non fallirà. Dove ha preso i soldi necessari ad effettuare i pagamenti? Nessuno lo sa e lo saprà mai, potrà solo sospettarlo.

Ecco, credo che a Glasgow le cose andranno nello stesso identico modo. Dopo giorni e giorni di trattativa tra Paesi in via di sviluppo alla famelica ricerca di centinaia di miliardi di dollari che dovrebbero andare a finire nelle loro casse ed i Paesi del primo mondo che faranno di tutto per ridurre le somme da versare, per compensare la rinuncia dei Paesi del terzo mondo ad emettere gas climalteranti, perverremo ad un documento finale che avrà più o meno lo stesso stile: si nasconderà il fallimento della Conferenza dietro una serie di frasi e ghirigori retorici che serviranno solo a salvare la faccia dei partecipanti alla Conferenza. Circa gli NDC azzardo una previsione: saranno tutti ambiziosissimi, ma privi di significato reale.

Stando alla lettera dell’art. 4.3 dell’Accordo di Parigi, dovrebbero essere considerati inadempienti non solo coloro che non aggiornano i propri NDC a scadenza quinquennale, ma anche tutti coloro che lo fanno in maniera insufficiente. Ad oggi la maggioranza dei Paesi firmatari dell’accordo è inadempiente. Quali sanzioni sono previste per costoro? Nessuna, ovviamente. Ecco, è tutta in questa considerazione l’essenza del fallimento dell’Accordo di Parigi. Nel frattempo le emissioni vanno per conto loro, le temperature cambiano come sono sempre cambiate, i climatologi si stracciano le vesti e sfornano rapporti a tutto spiano, in cui prevedono disastri inimmaginabili, i politici litigano su quante centinaia di miliardi bisogna trasferire ai Paesi in via di sviluppo e i giovani marciano per le vie del mondo invocando una non meglio precisata giustizia climatica, ora e subito.

Alla guida di queste masse umane non può esserci altri che Greta Thunberg che ha raggiunto Glasgow, non come invitata alla COP, come accaduto nelle precedenti occasioni, ma come semplice attivista. In questa veste la passionaria svedese, guiderà i giovani attivisti, confluiti a Glasgow, nelle manifestazioni contro i politici ed i decisori, asserragliati nelle sale della sede della Conferenza ed immersi nei loro “bla, bla, bla”.

Preferisco evitare di commentare le dichiarazioni di facciata dei leader che sono sfilati a Glasgow nella giornata odierna (01/11/2021), in quanto le loro frasi di circostanza e le loro ostentazioni di ottimismo rappresentano solo un orpello che nasconde l’enormità della sfida in corso ed i cui esiti, per ora, appaiono incerti, ma tendenti al fallimento. Vedremo ciò che succederà nei prossimi giorni e la direzione che prenderanno gli eventi.

ClimateMonitor


Sarei felice che le cose andassero davvero così come prospettato dall’articolo di Donato Barone, sarebbe un’occasione di un’altra “imbucata” per raccogliere le briciole delle “cene di lavoro” sotto i tavoli dei VIP.. e non solo in senso metaforico, come ben spiegato sopra sulla necessità di avere maggiori fondi per i paesi in via di sviluppo ed i paesi ricchi a frenare.

Quello che mi preoccupa invece sono state le “anticipazioni” sulle misure da prendere e sulla necessità di iniziare a fare davvero qualcosa.. Perché “The Show Must Go On” e perché il Glos Plan 2030 (tutti a piedi) diventerà una necessità visto lo stato delle nostre risorse (leggi riserve) energetiche.

Parole uscite dalle vostre penne.

Tra le anticipazioni spiccano i “Crediti del Carbonio” ed i “Crediti Personali”.

I crediti per il carbonio interesseranno le nostre economie a livello globale: non verranno più sovvenzionati tutti i progetti che abbiano come utilizzo il carbone e il petrolio. Invece i crediti personali o meglio “sociali”, interesseranno direttamente le nostre vite elargendoci la paghetta se saremo buoni cittadini, proni ad ogni richiesta del Governo Unico Mondiale o impedendoci di fare cose come accedere a servizi per il cittadino o l’impossibilità di spostamento da una città all’altra e l’espatrio non sarà nemmeno preso in considerazione. Lo stesso metodo di controllo che vige in Cina.

Comunque vada la COP 26 la piega che ha preso la politica nei singoli stati difficilmente promette niente di buono. Sordi alle richieste del popolo (che se sono in pochi a protestare fisicamente nelle piazze e vie delle nostre città è a causa della propaganda terrorifica messa in campo da tutti gli organi informativi), i nostri governi ci stanno traghettando nell’isola della decrescita infelice ed in un perpetuo stato di polizia dove il controllo tecnologico e gli “stati di emergenza” manterranno questa dittatura a tempo indeterminato.

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