Conferenza sulle privatizzazioni

Come difendere l’industria nazionale dalla speculazione e dalle svendite indiscriminate

Solidarietà, Anno I, Numero 2 (ottobre 1993).


Ampia rappresentanza delle forze politiche italiane alla conferenza del Movimento Solidarietà e dell’EIR del 28 giugno 1993

Il Movimento Solidarietà e la Executive Intelligence Review (EIR, agenzia stampa con sede europea a Wiesbaden in Germania) hanno tenuto nel 1993 a Milano, presso la sala FAST, una conferenza sul tema del l’economia, affrontando in particolare aspetti come le moderne tecniche di speculazione finanziaria, le privatizzazioni ed i grandi programmi di sviluppo.

La caratteristica forse più singolare della conferenza è stata la partecipazione dei rappresentanti di numerose forze politiche, anche disparate o divergenti, animati dal comune interesse di approfondire la conoscenza del pensiero economico dell’economista americano Lyndon LaRouche e di misurarsi con questo.

Da qui l’opportunità di dedicare il primo numero del bollettino della nuova associazione alla pubblicazione degli atti del convegno, per mettere a disposizione di un più vasto pubblico le analisi e le documentazioni che gli specialisti dell’EIR William Engdahl e Claudio Celani e il Presidente del Movimento Solidarietà Paolo Raimondi hanno esposto nelle loro relazioni, come pure gran parte dei numerosi contributi con i quali parlamentari, giornalisti e altri partecipanti hanno arricchito e animato il convegno.

“Oltre l’UE: un nuovo modello di cooperazione tra Stati sovrani” – Claudio Celani su Italia-Cina

“La speculazione selvaggia sui mercati internazionali e la «geopolitica» britannica sono le due facce della stessa medaglia oligarchica”, ha affermato nella sua breve introduzione ai lavori il giornalista dell’EIR Paolo Vitali, moderatore della conferenza. Vitali ha sottolineato che le speranze di milioni e milioni di persone, a seguito della caduta dei regimi comunisti del 1989, non sono state tradite dal fatale sprigionarsi di eventi e forze che non subivano più le strettoie della divisione del mondo in rigide sfere d’ influenza, come asseriscono certe teorie sociologiche, ma sono state negate da un preciso piano di destabilizzazione “geopolitico”, che è partito ancor prima del crollo del muro di Berlino, e dalla incapacità e codardia delle forze politiche ed élite europee di reagire a questa nuova e precisa minaccia.

“L’economista e politico americano Lyndon I.aRouche, che sconta innocente in un carcere del Minnesota da quasi cinque anni una montatura giudiziaria orchestrata dall’amministrazione Bush” – ha continuato Vitali – “ha tracciato tempo fa il paragone tra le situazione post 1989 con il periodo che precedette la Prima Guerra mondiale. A quel tempo l’oligarchia imperiale britannica sviluppò il concetto della «geopolitica» per far fronte alla minaccia rappresentata dalla potenzialità di sviluppo economico e sociale in tutta l’Europa continentale, l’«Eurasia». Due guerre mondiali, il Trattato di Versailles e l’accordo di Yalta, furono le dirette conseguenze di questa strategia « geopolitica»”.

“Con l’avvicinarsi del crollo della Cortina di Ferro nel 1989, i circoli oligarchici anglo-americani decisero che bisognava a tutti i costi impedire che la riunificazione tedesca costituisse un trampolino di lancio per una nuova politica di indipendenza, integrazione e sviluppo economico per tutto il continente, ripristinando il progetto de Gaulle di «un’Europa dall’Atlantico agli Urali». Gli attacchi alla Germania come «Quarto Reich», partiti dalle più alte sfere londinesi, e fatti propri dai nazi-comunisti serbi, l’aggressione del Panama, la guerra del Golfo, le atrocità interminabili nell’ex Jugoslavia, la destabilizzazione economica dell’Est europeo con le folli «terapie d’urto» dei liberisti, l’eliminazione fisica di chi proponeva un piano alternativo di sviluppo, come il Presidente della Deutsche Bank Alfred Herrhausen, sono tutti aspetti di questa complessa e articolata strategia di destabilizzazione”.

“Questa è la stessa trama destabilizzatrice che in Italia, soprattutto con gli eventi dell’ultimo anno, mira a frantumare le fondamenta stesse del nostro essere nazione sovrana indipendente. Guerre e destabilizzazioni, politiche economiche super liberiste, una speculazione selvaggia che ha trasformato i mercati finanziari internazionali in un’ unica casa da gioco d’azzardo, sono elementi solidali di una strategia oligarchica, come contiamo di dimostrare, che o è fermata e sconfitta o può farci sprofondare, in un futuro tutt’altro che lontano, in un altro catastrofico conflitto”.


PRIMO INTERVENTO

La piaga della “finanza derivata” e l’economia dell’illusione

Discorso di William Engdahl, esperto economico dell’EIR di Wiesbaden, autore di «A Century of War» un libro che descrive il ruolo del petrolio come un’arma fondamentale nella politica anglo-americana del Nuovo Ordine Mondiale

L’Italia è vittima di una destabilizzazione sistematica ad opera di forze coordinate interne ed estere. La componente solitamente meno compresa è quella estera, rappresentata da un cartello di speculatori stranieri impegnati a distruggere il paese con denaro preso a prestito.

Nel 1948 l’Italia era considerata di importanza strategica nella NATO per arginare il diffondersi del comunismo in Europa, in particolare nei Balcani e nel Mediterraneo. In questo contesto di strategia geopolitica una crescita economica del Paese era ritenuta una componente essenziale.

Un discorso differente è invece quello che riguarda l’indipendenza dell’Italia. Howard K. Smith, un “insider” americano, parlò apertamente della spartizione del bottino della seconda guerra mondiale nel 1949 affermando:

“Fino al 1946 le potenze vittoriose si sono disputate gran parte del vuoto lasciato da Hitler (…) l’Italia, occupata dalle potenze occidentali, sarebbe diventata un’area in cui avrebbe predominato l’influenza britannica”.

Questo predominio fu rappresentato principalmente dall’influenza che la Mediobanca avrebbe assunto sotto Enrico Cuccia. La Mediobanca fu posta sotto il controllo di fatto della Lazard Freres di Londra, una banca che è proprietà di un raggruppamento estremamente influente dell’establishment britannico, il Pearson Group PLC. Il Pearson Group controlla anche la rivista «Economist» ed il quotidiano «Financial Times», che si sono recentemente distinti nella campagna di attacchi alle istituzioni economiche e politiche italiane.

Dal 1989 però, e dalla fine del regime comunista di Mosca, l’establishment anglo-americano si è reso conto del fatto che un’Italia economicamente stabile e collegata ad un’Europa continentale che si rafforza attorno ad una Germania riunificata e prospera non serviva più agli scopi di un’egemonia globale atlantista, anzi, rappresentava una minaccia.

La crisi finanziaria in cui sia l’America che l’Inghilterra versavano nel 1989 si avvicinava alle dimensioni della Grande Depressione degli anni Trenta. Per far fronte all’erosione della propria egemonia gli anglo-americani adottarono ulna dottrina tanto semplice quanto folle: cercare in ogni modo di distruggere la stabilità dell’Europa continentale per impedire che essa potesse fungere da polo antagonista all’egemonia globale anglosassone.

Questo è il contesto in cui si colloca tutto ciò che viene fatto contro l’Italia ed il resto dell’Europa.


George Soros e la finanza derivata

Il crac della borsa di Wall Street, nell’ottobre del 1987, coincise con il lancio di una strategia radicalmente nuova da parte delle grandi finanziarie, quali la Salomon Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e di grandi banche americane quali la Citicorp, Bankers’ Trust, J.P. Morgan & Co.

Il crollo record di 508 punti dell’Indice DowJones, verificatosi il 19 ottobre 1987, fu causato da un’incredibile innovazione introdotta nelle transazioni finanziarie. Le grandi finanziarie acquistavano contratti a termine, i “futures”, non di ditte specifiche, ma su interi indici delle azioni borsistiche. Le finanziarie di Wall Street ricorsero ad un trucco, acquistando i “futures” ad un costo inferiore del 10% rispetto alle azioni stesse, ed influenzando così un rialzo del prezzo delle azioni sul mercato di New York. Ma poteva funzionare anche nella direzione opposta.

Questo portò alla bolla speculativa che esplose il 19 ottobre, con l’effetto acceleratore dei sistemi computerizzati. I computer di Wall Street erano stati pre-programmati in modo da vendere automaticamente al verificarsi di una caduta dei mercati. Fu un gioco che spinse i mercati finanziari verso una paralisi irreversibile, ma a quella paralisi non ci si arrivò solo grazie al precipitoso intervento stabilizzatore da parte delle Banche Centrali. Proprio qui stava il trucco escogitato a Wall Street: avevano inventato un sistema di gioco d’ azzardo in cui non si rischia di perdere! Molto meno rischioso della gestione di un casinò a Las Vegas.

Il gruppo di Wall Street cominciò allora a sperimentare quest’arma terribile sulla borsa di Tokio. Nel novembre del 1989 l’Indice Nikkei Dow toccava i record storici di 39 mila Yen. Ma all’inizio dell’estate successiva quel valore era già dimezzato. A scatenare il tracollo furono le stesse case americane: Salomon Bros, Morgan Stanley, Merrill Lynch, Bankers Trust, Goldman Sachs, con un nuovo apporto dei brokers londinesi.

Una conseguenza delle operazioni per approfittare del drastico ribasso della borsa di Tokio (le cosiddette “put options” o “short-selling”) fu il ritiro pressoché completo degli investimenti giapponesi nel resto del mondo, mentre le banche del Sol Levante versavano nella crisi peggiore del dopoguerra.

Nel frattempo Washington e Londra esercitavano notevoli pressioni sulle altre capitali del Gruppo dei Sette perché favorissero la “liberalizzazione” dei mercati finanziari e la partecipazione al “gioco globale”. All’Uruguay Round dei negoziati GATT per la prima volta si discusse il libero scambio dei servizi finanziari.

Parallelamente alla “globalizzazione” dei mercati finanziari mondiali si verificò senza chiasso uno sviluppo estremamente importante.

Il direttore della Central Intelligence Agency William Webster decise di istituire una nuova sezione della CIA, il Directorate V. Annunciando la decisione a Los Angeles, Webster sottolineò l’ importanza della tendenza alla “globalizzazione dei mercati finanziari internazionali” come un’area d’interesse per la nuova CIA. Finita l’era della guerra fredda, Webster vedeva una nuova missione per la CIA nello spionaggio contro “gli alleati politici e militari dell’America che al tempo stesso sono nostri concorrenti economici”.

Dopo cinque anni di collaudi e affinamenti condotti a Tokio ed a Wall Street le tecniche innovative di Wall Street venivano sottoposte alla prova più ambiziosa: far crollare le valute nazionali, ad onta delle più autorevoli autorità bancarie centrali, mettendo i governi con le spalle al muro.

A Wall Street furono introdotti nuovi strumenti finanziari che non avevano alcun collegamento concreto con il flusso reale di scambi commerciali e di investimenti. A questi strumenti fu dato il nome di derivatives, o finanza derivata.

A Wall Street svilupparono le operazioni nel regno del tutto astratto dei contratti finanziari a termine, che poi furono estese anche alle valute; si stabilì così un mercato di futures tra vari paesi e non solo nell’ambito di una sola borsa. Si scommette sul prezzo futuro di una valuta rispetto ad un’altra, ad esempio il marco rispetto al dollaro, oppure sul valore di un titolo di stato di un paese rispetto a quello di un altro, ad esempio entro una scadenza di 90 giorni.

Si tenga ben presente però che l’oggetto della compravendita non è un Buono del Tesoro italiano e un qualsiasi altro corrispettivo straniero, ma si scommette, così come si fa alle corse, sul loro valore entro una data scadenza.

Le grandi finanziarie di Londra e di Wall Street si attrezzarono con i sistemi di Contrattazione computerizzata che collegarono con le principali piazze finanziarie internazionali realizzando così la globalizzazione finanziaria di cui parlava Webster.
I nuovi contratti furono chiamati “derivati” in quanto il loro prezzo deriva da un titolo azionario o finanziario reale, o da una merce, ma non esiste un collegamento con la sua diretta proprietà.

A Chicago, ad esempio, iniziarono la contrattazione di contratti a termine dell’indice del Nikkei Dow di Tokio, e lo stesso fecero da re. A Tokio non svolgevano contrattazioni simili e non ne capivano l’importanza. Gli sforzi del ministero delle Finanze nipponico per ottenere la cooperazione di Singapore a sospendere tali scambi fallirono in blocco. Gli organi d’informazione statunitensi e britannici criticarono quell’iniziativa giapponese come “passata di moda”.


La Moody’s crea l’ambiente controllato

Nei giorni successivi al “no” danese nel referendum del 2 giugno 1992 sul Trattato di Maastricht gli “insider” di Wall Street prepararono il grande attacco. Nel luglio 1992 gli operatori più importanti furono messi al corrente del fatto che “entro la fine dell’anno ciascuna moneta dello SME in Europa avrebbe cominciato a fluttuare liberamente”. I manager delle finanziarie decisero pertanto di sbarazzarsi dei titoli e delle valute europee. Tra i candidati più ovvi per tale svendita spiccavano l’Italia, come pure l’Inghilterra.

Ciò di per sé però non bastava. Il rischio era troppo alto e bisognava andare invece sul sicuro, perché sullo SME vegliava uno schieramento di alcune tra le più potenti banche centrali del mondo, a partire dalla Bundesbank, legate da un patto di reciproca difesa. A questo punto si ricorse ai servigi della Moody’s Investor Service, una ditta che stabilisce il rating a Wall Street, stabilisce cioè il grado di affidabilità dei titoli.

Anni addietro l’Italia aprì le porte agli investimenti stranieri, e vi fu costretta per finanziare il deficit, dando anche agli stranieri l’opportunità di acquistare Buoni dei Tesoro. Bastava allora convincere questi investitori stranieri che il debito statale italiano valesse poco più di quello di un paese come la Bolivia, ed essi si sarebbero precipitati a liquidare quei titoli, costringendo così la Banca d’Italia ad offrire tassi di interesse sostanzialmente più alti per i nuovi Bot.

Questo è il compito che la Moody’s ha assolto a partire dal giugno dello scorso anno. Iniziò annunciando di aver posto il debito italiano nella lista del credit watch, cioè sotto osservazione per una probabile retrocessione, benché non si stesse verificando alcuna crisi di solvibilità. Poi ci fu la serie di retrocessioni del debito italiano decretate dalla Moody’s seguite ogni volta da un rialzo dei tassi di interesse che il Tesoro era costretto ad offrire agli acquirenti dei suoi titoli.

Ogni aumento dell’1% del tasso d’interesse sul vasto debito pubblico italiano significa un aumento medio del deficit governativo di circa 17 mila miliardi di lire, che in pochi minuti brucia i disperati tagli effettuati sulla spesa pubblica. Le nuove emissioni a tassi maggiorati erano interpretati dalla Moody’s come un nuovo segnale di “inaffidabilità”, e giù un altro votaccio sulla pagella dell’Italia.

Si tratta evidentemente di un circolo vizioso deliberatamene messo in moto dalla Moody’s che culminò nel settembre scorso! (1993)

Ma cos’è questa Moody’s, questo ente privato che ha finito col decidere il destino di nazioni e governi sovrani? Chi gli conferisce tanta autorità? Perché ad esempio non ha dato pollice verso anche agli Stati Uniti, visto che il debito pubblico di quel paese ha superato i 4 mila miliardi di dollari?

Nel mondo finanziario la Moody’s è famosa come “la più politica” agenzia di “rating”. È presieduta da John Bohn, che nell’amministrazione di Bush era un funzionario ad alto livello del Tesoro. Mentre votava una retrocessione dopo l’altra dell’Italia l’estate scorsa (1993) la Moody’s dava un rapporto molto positivo sulle grandi banche, come la Citicorp, che avevano esteso prestiti all’impero immobiliare canadese Olimpia & York di Paul Reichmann finito in una bancarotta clamorosa. I Reichmann erano legati politicamente ad Henry Kissinger, a Lord Carrington ed all’oggi famoso George Soros. La Moody’s e premurosa con gli amici.

La cosa è persino più palese. Proprietaria della Moody’s è la Dun & Bradstreet Inc. che è anche proprietaria del Wall Street Journal. Nel consiglio d’amministrazione della Dun & Bradstreet figurano i principali direttori delle più importanti finanziarie di Wall Street che hanno condotto la speculazione contro la lira, e che sono anche quelle che al tempo stesso “prestavano consulenze” al governo italiano su come condurre il delicato processo di privatizzazione delle imprese di stato.

II conflitto d’interessi è ovvio.

Nel consiglio d’amministrazione della M.J. Evans, strettamente legata alla Moody’s, figura un personaggio che al tempo stesso è nel consiglio di amministrazione della Morgan Stanley ed un altro ancora, R.A. Hansen, figura nella direzione della ,J.P. Morgan e della Merrill Lynch! Un altro ancora è Charles Raikes, che è stato consigliere della Federal Reserve dal 1958.
George Leung, amministratore delegato della Moody’s Investors Service, dichiarava su Financial World del 18 febbraio:

La gente è sempre più disillusa nei confronti del governi, sempre più preoccupata degli imbrogli e problemi che vede nei governi e finisce col cercare qualcuno che possa indipendentemente far luce su tanta confusione. Questo è il nostro ruolo.

Questa dichiarazione d’intenti è anteriore alla campagna della Moody’s contro l’Italia. Chi ha affidato alla Moody’s il potere di decidere sulle nazioni? Nessuno. Moody’s ha colmato il vuoto creatosi con la paralisi dei governi, costringendo ad accettare i propri diktat con la minaccia di voti sfavorevoli sul debito.

La Moody’s però ha solo preparato il terreno. L’attacco alla lira è stato sferrato dalla speculazione della finanza derivata, diretta a colpire il “fianco debole” dello SME.


George Soros ed i suoi amici

Con l’avvicinarsi in Francia della scadenza referendaria su Maastricht del 19 settembre,un raggruppamento di banche e speculatori di Wall Street, diretto da George Soros, uno strano personaggio di origine ungherese, lanciò una formidabile ondata speculativa per costringere la lira a svalutare ed uscire di conseguenza dallo SME.

Ecco come funzionò.

La finanza derivata, teniamolo presente, consiste in scambi in cui non si cedono o acquistano azioni o titoli reali, ma che rappresentano solo un accordo tra le due parti a compiere pagamenti ad una futura scadenza in rapporto al rendimento di una merce o una valuta. L’esempio tipico è dato da una banca che compie un’operazione commerciale “derivata” mettendo a disposizione soltanto il 10% del valore nominale del contratto, cioè il deposito di garanzia. Grazie ai collegamenti personali con banche come la Citicorp di New York, George Soros è stato capace di far crollare la lira e la sterlina, come pure la corona svedese, il tutto soltanto con denaro preso a prestito, senza versare più del 5% per il margine di garanzia collaterale!

In sostanza Soros ha dato come garanzia soltanto 50 milioni di dollari di titoli per ottenere una linea di credito, dalla Citicorp ed altre banche, di un miliardo di dollari. Un prestito a tempi brevissimi, per scommettere sulla svalutazione forzata della lira nei giorni in cui in Francia si teneva il referendum! Il rapporto speculativo del suo denaro è stato di 20:1. Dal canto loro la Bundesbank, la Banca d’Italia e le altre banche per difendere la propria valuta hanno invece dovuto sborsare il prezzo completo degli acquisti. Si stima che la Bundesbank abbia speso a settembre 60 miliardi di dollari nelle varie operazioni di difesa delle monete dello SME. Utilizzando i “derivatives”, Soros e Wall Street hanno potuto spuntarla sulla Bundesbank con soli 3 milioni di dollari (20:1)!

In una tipica operazione di swap con i “derivatives” condotta da Soros lo scorso autunno si sono acquistate lire con i dollari, le lire sono poi state convertite in marchi tedeschi al tasso fisso di cambio dello SME. Poi è stata la volta della Moody’s a declassare l’Italia, mentre gli organi di informazione internazionali si davano da fare a descrivere la gravità della crisi economica e politica del paese. Le corporations hanno avuto paura ed hanno cominciato a vendere lire. La valuta italiana è così passata da 765 lire contro il marco all’inizio di settembre alle 980 lire solo quattro settimane più tardi.

A quel punto Soros poteva acquistare lire fortemente scontate (il 28% in meno) e ripagare il suo debito iniziale, prima che scadesse la data del suo contratto, per il quale aveva inizialmente versato solo il 5%. II profitto che ne ha ricavato si calcola sul 560%, cioè circa 280 milioni di dollari. Ma nessuna autorità di vigilanza sarebbe potuta intervenire perché l’operazione è stata condotta “fuori registro”, o come si suoi dire Over-the-Counter, direttamente tra le due parti interessate senza altre formalità.

Naturalmente, se la lira si fosse rivalutata del 5% l’impero di Soros sarebbe stato spazzato via all’istante. Soros però non è soltanto un giocatore d’azzardo “fortunato”.

Intendo infatti spiegare che Soros è riuscito a condurre le sue recenti operazioni speculative in grande stile perché ha accesso alle informazioni più riservate dei centri di potere. Nel caso della crisi dello SME, come poteva sapere Soros quale delle 12 valute sarebbe stata colpita in quale giorno preciso?

Ex funzionari della Federal Reserve USA spiegano privatamente che Soros ha ricevuto informazioni riservate da parte di un amico che nella Federal Reserve di New York lavora nel settore delle valute internazionali. La Fed di New York dispone, minuto per minuto, delle informazioni sull’andamento delle monete direttamente dalle banche centrali europee. Se Soros può disporre di tali informazioni il suo gioco è garantito.

Ma chi c’è dietro questo personaggio misterioso?

Soros opera attraverso la Quantum Fund NV, una compagnia off-shore registrata nelle Antille Olandesi. Opera insieme ad un raggruppamento internazionale che potrebbe essere chiamato il gruppo dei Rothschild.

Nel consiglio di amministrazione della Quantum Fund figura Nils Taube (deceduto l’11 Marzo 2008), socio d’affari di Lord Rothschild, e sir James Goldsmith, imparentato con i Rothschild. Altro membro del Quantum è Richard Katz che a Milano dirige la Rothschild Italia, S.p.A. Altri esponenti del Quantum sono Isidore Albertini della ditta di brocheraggio milanese Albertini & Co.; Alberto Foglia (deceduto nel 2021), capo della Banca del Ceresio di Lugano; e Edgar Picciotto (deceduto nel 2016), un socio di affari di Carlo de Benedetti. Picciotto dirige inoltre la CBITDB Union Bancaire Privée di Ginevra.

Si dice poi che al Quantum partecipino segretamente anche Marc Rich, uno svizzero latitante che operava nel settore dei metalli preziosi e del petrolio, ed il mercante di armi israeliano Shaul Eisenberg (deceduto nel 1997). Soros inoltre è colui che ha introdotto in Polonia ed in Russia il professore di Harward Jeffrey Sachs, il guru della terapia d’urto che causa il caos economico incontrollabile e profitti astronomici per gruppi ristretti di potere. Degno di nota è il fatto che Marc Rich ed Eisenberg sono stati tra gli investitori più attivi nell’Europa orientale e nel CSI a partire dal 1990.

Torniamo alla “Dottrina Webster” della CIA, promulgata nel 1989. All’epoca di Bush Washington era impegnata a sabotare l’unità economica europea. L’estate scorsa il governo USA fece strane dichiarazioni che ebbero l’effetto di scuotere le parità delle monete europee in rapporto al dollaro, come fase preliminare della crisi di settembre. Responsabile di quella operazione fu l’allora viceministro del Tesoro David Mulford, che oggi presiede la Credit Suisse First Boston di Wall Street. Prima di andare a Washington nel 1982 Mulford era uno dei direttori della Merrill Lynch, quando allora era presieduta da Donald Regan, che andò anche lui a Washington come ministro del Tesoro sotto il Presidente Reagan.

Degno di nota è che una delle primissime nomine fatte dal Presidente Clinton riguarda Robert Rubin, presidente della Goldman Sachs, finanziaria più prestigiosa di Wall Street. Oggi Rubin è il Direttore dei nuovo Consiglio di Sicurezza Economica Nazionale della Casa Bianca. Esperti osservatori di Washington ritengono che il nuovo consiglio sia stato creato per coordinare l’applicazione della Dottrina Webster direttamente dalla Casa Bianca.

Le alte sfere della CIA, magari attraverso ex funzionari, hanno fatto opera di reclutamento nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie di Wall Street. Ai dirigenti delle finanziarie che accettano, la CIA impartisce un particolare addestramento ed essi tornano poi al loro mondo di Wall Street.

Conosco personalmente un banchiere svedese che è stato invitato a Washington il novembre scorso ad un seminario dove l’ex capo della CIA William Colby teneva un discorso sul tema della nuova missione di spionaggio economico dei servizi segreti USA. Colby è personalmente impegnato a reclutare i dirigenti delle grandi finanziarie spiegando loro che adesso i mercati finanziari globali sono considerati un “area di interesse della sicurezza nazionale USA”. Il seminario era sponsorizzato dalla Merrill Lynch e dalla Borsa di New York.


L’esplosione della finanza derivata

“Senza la crescita enorme delle operazioni speculative della finanza derivata la crisi dello SME non si sarebbe mai verificata”, ha affermato recentemente un esperto banchiere europeo. Mentre nel 1987 le banche centrali furono in grado di difendere la stabilità dello SME a costi minimi, nel 1992 esse sono state ridotte all’impotenza dai meccanismi della finanza derivata.

Invece di svolgere una regolare attività di compravendita nei mercati a termine regolari, come quello di Chicago, dove le banche sono costrette a versare un deposito di garanzia ed a rendere nota quotidianamente la propria esposizione creditizia, i grandi di Wall Street eludono la sorveglianza del governo trattando direttamente, Over the Counter, tra banca e banca o tra banca e finanziarie straniere. La transazione non figura nel bilancio della banca cosicché gli investitori non possono sapere quanto è il rischio che l’istituto in questione corre di fronte ad un crollo del già enorme mercato dei “derivatives”.

La classifica dei grandi speculatori in “derivatives” era guidata lo scorso anno dalla Citicorp, che vantava operazioni per circa 1400 miliardi di dollari. Seconda era la Chemical Bank con 1300 miliardi di dollari, terze a pari merito la J.P. Morgan e la Bankers Trust, con mille miliardi di dollari ciascuna. Sono contratti che riguardano azioni, petrolio, obbligazioni come pure gli swap internazionali di valuta e gli swap dei tassi d’interesse. Per quanto riguarda queste ultime due voci, i contratti “derivati” oltre confine hanno già raggiunto l’astronomico ammontare di 4 mila miliardi di dollari (dati 1993).

La graduatoria dell’esposizione su questo mercato dei contratti “derivati” continua con la Merrill Lynch, per 720 miliardi di dollari, la Salomon Bros., con 730 miliardi di dollari e la Morgan Stanley con 300 miliardi di dollari. Queste attività hanno aperto tutto un vasto settore di informatica bancaria sofisticatissima, che impiega i supercomputer CRAY per processare i dati in parallelo, necessari per gestire la contrattazione automatica senza frontiere che avviene grazie a programmi capaci di far fronte ai complessi problemi di calcolo del rischio a variabile multipla.

Ma, a parte questi aspetti pittoreschi, a fare profitti con la speculazione “derivata” sono solo gli insider traders di New York. Il gioco d’azzardo è truccato, con la complicità di Washington. Cercare di capire gli aspetti “tecnici” della manovra con la quale Soros è riuscito ad intascare un miliardo di dollari di profitti speculando sulla sterlina a settembre è fatica sprecata. Certo è però che giornali finanziari quali il Wall Stret Journal ed il Financial Times fanno il possibile per destare l’impressione opposta.


Il che fare

Governi e banche centrali dell’Europa continentale hanno sin d’ora respinto le nuove tecniche speculative della finanza derivata. Alcuni banchieri svizzeri e tedeschi sono convinti che l’offensiva condotta dagli anglo-americani con la finanza derivata sia “più pericolosa di una guerra nucleare con la Russia”.

Il 24 novembre, poco dopo la crisi dello SME, il direttore generale della Banca per i Regolamenti Internazionali di Basilea Alexander Lamfalussy ha dichiarato ad un gruppo di banchieri a Londra:

“Volete sapere perché molti colleghi delle banche centrali nutrono le mie stesse preoccupazioni che queste attività possano rappresentare problemi di natura sistemica nel sistema finanziario internazionale?”

Lamfalussy teme il ripertersi del fenomeno verificatosi col crac borsistico del 1987:

l’attività sui mercati derivati potrebbe avere notevoli ripercussioni nei sotto- stanti mercati a pronti, al punto da accentuare proprio quella instabilità dei prezzi contro la quale si pensava di dare un’assicurazione con alcuni strumenti derivati.

Lamfalussy ha inoltre spiegato che la grande esposizione negli strumenti fuori bilancio da parte delle banche “ha reso più opaca la natura e la distribuzione del rischio nelle operazioni sul mercato finanziario”.

Ha infine prospettato lo scenario peggiore:

Qualora si verificasse un problema in un istituto le altre ditte reagirebbero immediatamente e drasticamente. Potrebbero ritirare improvvisamente ed indiscriminatamente linee di credito, e persino disimpegnarsi da operazioni in corso. Il tutto aumenterebbe la possibilità del verificarsi improvviso di un blocco globale di liquidità.

Anche un personaggio di spicco a Wall Street come Henry Kaufman, che è stato il primo economista della Salomon Brothers, si è detto preoccupato perché la speculazione “derivata” fa intravedere “una prossima catastrofe colossale perle banche americane”. Altri così bollano queste novità nel sistema finanziario:

“ventiseienni con il computer stanno costruendo la bomba all’idrogeno finanziaria”.

Tuttavia non fanno nulla per controllare la situazione. La primavera scorsa Lamberto Dini condusse uno studio per il Fondo Monetario Internazionale, ma il suo rapporto è stato praticamente censurato, la stampa non ha ottenuto delle copie. Ad una mia domanda nel corso di una conferenza a febbraio, Lamberto Dini ha risposto:

“Le banche americane e londinesi svolgono il grosso delle attività in questo processo. Dobbiamo determinare innanzitutto cosa stia effettivamente accadendo”.


Alcuni segni di resistenza

Più recentemente il Presidente della Commissione Finanza e Banche del Congresso USA, l’on. Henry Gonzalez, ha richiesto alla Federal Reserve ed alla Commissione “Securities & Exchange” del governo di condurre un’indagine approfondita sulle attività all’estero del Quantum Fund di George Soros.

Gonzalez ha chiesto di sapere come Soros possa fare profitti astronomici come quelli di settembre, quanto del suo capitale provenga dalle banche americane, in che misure le banche USA siano coinvolte nelle speculazioni di quel fondo, ed il ruolo specifico degli strumenti finanziari derivati nelle grandi manovre speculative di Soros.

Questa è solo la superficie dei fatti.

Dietro le quinte infuria uno scontro tra le autorità bancarie europee e quelle americane. Le autorità d’oltre oceano sono radicali, ritengono che le banche statunitensi abbiano il diritto di non imporre alcuna restrizione alla finanza derivata. Ritengono infatti che questo sia il modo migliore di allentare la pressione sulle grandi banche USA, che disporrebbero in questo modo di maggiori capitali.

Praticamente permettono che venga assicurato solo il margine netto di rischio, e non tutto il contratto. Le autorità di vigilanza europee non permettono una cosa del genere. Ritengono che sia dovere della banca assumersi al completo il rischio di un’insolvenza su tutto il valore nominale di un contratto.

Lo scorso ottobre il Congresso degli USA approvò la Futures Trading Practives Act of 1992, una legge che prevede che gli swap Over the Counter, cioè i contratti a pronto termine di valuta o sui tassi di interesse che avvengono tra le due parti senza essere registrati, non rientrino più nella categoria dei “futures”, dei contratti a termine, dando vita in tal modo ad una proliferazione cancerosa di carta finanziaria fuori dal controllo di qualsiasi autorità.

L’economista americano Lyndon LaRouche ha recentemente lanciato la proposta di imporre una tassa globale e ben coordinata su queste attività speculative, perché tassarle sarebbe il modo migliore di renderle meno attraenti per gli speculatori e quindi sgonfiare la pericolosa bolla.

LaRouche ha proposto una tassa dello 0,1 % sul valore nominale, non sul valore “netto”, di ciascuna transazione derivativa. “Questa è la bolla di John Law (nella Francia del 18mo secolo) all’ennesima potenza. La vulnerabilità di tutto il sistema finanziario, il caos e la distruzione delle strutture di produzione fisica sono potenzialmente incalcolabili, pertanto occorre mettere sotto controllo il fenomeno”. La settimana scorsa intanto George Soros ha fatto sapere che tornerà alla carica. Questa volta è deciso a spezzare uno degli elementi portanti della coesione europea: il suo nuovo obiettivo è quello di spezzare il legame che unisce il marco tedesco al franco francese.



SECONDO INTERVENTO

I protagonisti della destabilizzazione italiana

Claudio Celani, italian desk dell’Executive Intelligence Review di Wiesbaden.

All’inizio dei gennaio scorso, I’EIR pubblicò un documento intitolato La strategia angloamericana dietro le privatizzazioni italiane: il saccheggio di un’economia nazionale. In quello studio, inviato ad alcuni organi di stampa, alle forze politiche ed alle istituzioni, si delineava un quadro preoccupante di attacco all’economia italiana nel contesto della cosiddetta “globalizzazione dei mercati”, cioè la realizzazione di un unico sistema economico mondiale in cui non vi sarebbe stato più alcun controllo sui movimenti e sulla creazione di capitali.

In quel documento si riferiva un episodio passato inosservato, e che invece rivestiva una grandissima importanza. II 2 giugno 1992, a pochi giorni dalla morte del giudice Falcone, si svolgeva una riunione semi-segreta tra i principali esponenti della City, il mondo finanziario londinese, ed i manager pubblici italiani, rappresentanti del governo di allora e personaggi che poi sarebbero diventati ministri nel governo Amato.

Oggetto di discussione: le privatizzazioni.

La cosa più grave è che questa riunione si svolse sul panfilo Britannia, di proprietà della regina Elisabetta II, la quale fu presente ai colloqui. Il Britannia, dopo aver imbarcato gli ospiti italiani a Civitavecchia, prese il largo ed uscì dalle acque territoriali. Avvenne dunque che i potenziali venditori delle aziende da privatizzare (governo e manager pubblici) discussero di ciò con i potenziali acquirenti, i banchieri londinesi, a casa di questi ultimi. Non sappiamo che cosa si siano detti questi signori, sappiamo solo che il direttore del Tesoro Mario Draghi provò tale imbarazzo che chiese di poter leggere il suo discorso quando il panfilo era ancora in porto, per poter scendere subito ed evitare di rimanerci quando questo prese il largo.

Sappiamo dell’imbarazzo di Draghi perché un settimanale, L’Italia, riprese l’articolo dell’EIR, citando la fonte, ed un parlamentare missino, Antonio Parlato, che lo lesse, presentò un’interrogazione parlamentare, anzi, poté rivolgere una domanda allo stesso Draghi, che quel giorno riferiva su altre questioni in Commissione Bilancio.

In seguito, la notizia fu ripresa da numerosi organi di stampa, anche grazie al fatto che l’ex segretario del PSI Bettino Craxi aveva diffuso il documento dell’EIR alla Camera. Ci furono quindi numerose interrogazioni parlamentari (a Parlato, che ne fece mi sembra tre, si aggiunsero l’on. Tiscar, qui presente, e gli on. Pillitteri e Bottini) e altre sollecitazioni ufficiali (la senatrice Edda Fagni citò questo fatto nel discorso al Senato il giorno del voto di fiducia al governo Ciampi), ma né il governo di allora, guidato da Giuliano Amato, né quello attuale si sono sentiti in obbligo di fornire un chiarimento all’opinione pubblica ed al Parlamento.

Insisto su questo fatto perché mi sembra emblematico del modo in cui vengono prese le decisioni che determinano il futuro del nostro paese, cioè di milioni di cittadini che lavorano e pagano le tasse, ed hanno bisogno di avere fiducia in coloro che li rappresentano, che devono compiere scelte riguardanti il loro futuro, il loro posto di lavoro, i loro risparmi, i loro figli ecc.

Ebbene, il fatto del Britannia mostra che scelte decisive, come quelle delle privatizzazioni, vengono fatte al di fuori del Parlamento e addirittura in sedi così lesive dell’onore e della dignità nazionale come il panfilo della regina Elisabetta d’Inghilterra!

Su quel panfilo, siamo venuti a sapere, c’era anche l’attuale ministro degli Esteri Beniamino Andreatta, un personaggio che, benché non diriga personalmente un dicastero economico, entrò nel governo Amato proprio per accelerare il processo di privatizzazioni e tuttora, ne siamo certi, quando partecipa alle riunioni di gabinetto certamente dirà la sua in materia economica, anche perché di politica estera sembra capire ben poco. Ebbene, Andreatta dovrebbe come minimo chiarire dinanzi al Parlamento che cosa disse e che cosa fece quel giorno sul Britannia e, nel caso emergano elementi compromettenti, dare le dimissioni. Noi siamo sicuri che Andreatta abbia qualcosa da raccontare, anche perché, analizzando il suo comportamento da ministro degli Esteri, si riscontrano evidenti coincidenze.

Guarda caso, infatti, l’ospite illustre della regina Elisabetta è anche quello che non appena messo piede alla Farnesina accoglie entusiasticamente la proposta britannica di mandare gli eserciti in Bosnia, a farsi massacrare dalle artiglierie serbe.

Andreatta, infatti, noncurante delle dichiarazioni dei nostri capi militari sul fatto che sarà una carneficina (non abbiamo nemmeno le corazze adatte sui nostri carri) afferma con disinvoltura che se è necessario si rivedrà il bilancio, quello stesso bilancio che fino ad un momento prima era una vacca sacra, intoccabile.

Preciso: non si tratta di essere contrari ad un intervento militare risolutore, ma esso va fatto senza mandare truppe coloniali sul territorio, bensì riarmando i bosniaci in modo che possano difendersi ed assistendoli con l’aviazione.

Invece il comportamento di Andreatta è la prova che esiste un legame, come è stato detto nell’introduzione, tra la strategia liberista, della “terapia d’urto” e delle privatizzazioni, e la geopolitica applicata nei Balcani per intrappolare l’Europa in uno scenario di conflitti. Quel documento dell’EIR, comunque, inquadrava l’episodio del Britannia in uno scenario più ampio, di vera e propria destabilizzazione politico-economica del paese. Come abbiamo sentito prima, la strategia geopolitica anglo-americana considera l’ Italia, assieme ai Balcani, il fianco sud, il “ventre molle” di un potenziale blocco di sviluppo euroasiatico, e per questo l’Italia viene colpita.

Che la destabilizzazione fosse in arrivo lo si sapeva da quando l’allora capo della CIA sotto Bush, William Webster, annunciò che, come conseguenza del crollo del comunismo, l’apparato di spionaggio USA avrebbe impegnato le sue risorse in una strategia volta a contrastare i rivali economici: l’Europa ed il Giappone. Webster enunciò la nuova dottrina proprio mentre il Muro stava cadendo, il 19 settembre 1989, di fronte al World Affairs Council di Los Angeles.

La Dottrina Webster è uno dei pilastri del “nuovo ordine mondiale” inaugurato sotto la presidenza Bush. L’altro pilastro, più concepito per le nazioni del Terzo Mondo, è la cosiddetta “Dottrina Thornburgh”, secondo cui la legge americana è al di sopra del diritto internazionale. La Dottrina Thornburgh, dal nome dell’ex ministro della Giustizia USA, è quella che ha giustificato l’invasione del Panama.

Ed abbiamo, in coincidenza con questi sviluppi, l’apertura di una sede italiana della Bishop International, un’agenzia di informazioni operante nel mondo dell’economia, affiliata ad un altro ente simile, più noto, che si chiama Kroll International. Kroll è un ex agente della CIA che si è dato una copertura da “businessman” ma continua a lavorare per i vecchi padroni. Fu la Kroll, infatti, a raccogliere e divulgare informazioni sulle imprese europee che avevano fornito all’Irak materiale e tecnologia ritenuti “indesiderati” dall’amministrazione Bush.

Ebbene, Bishop è un ex agente di Scotland Yard che ha lavorato per anni con Kroll e poi si è messo in proprio a raccogliere “informazioni economiche”. Bishop ha aperto una filiale a Milano l’ estate scorsa.

Ma l’iniziativa su scala più vasta sinora intrapresa nell’ ambito della Dottrina Webster ci sembra quella di Robert McNamara, il quale ha fondato nel maggio scorso un organismo internazionale chiamato Transparency International, il cui scopo sarebbe quello di combattere la corruzione su scala mondiale. Ora, è bene che noi italiani guardiamo con attenzione a ciò, perché dobbiamo evitare che nella sacrosanta lotta alla corruzione intrapresa a casa nostra (grazie a inquirenti che si sono svegliati dopo quarant’anni di letargo) ci affidiamo a metodi e “consigli” d’oltreoceano, se non addirittura a strutture investigative che sfuggono al controllo nazionale o sono influenzate da centri occulti. Questo vale sia per i reati amministrativi che per la lotta alla mafia.

Osserviamo da vicino l’iniziativa di McNamara. Innanzi tutto sorprende che un personaggio del genere scopra la vocazione per la giustizia. McNamara divenne famoso col nomignolo di “bodycount” (contacadaveri) quando era ministro della Difesa, durante la guerra del Vietnam. Quel nomignolo gli fu affibbiato perché compariva quasi ogni sera in televisione per vantarsi delle migliaia di nemici uccisi.

Poi fece una famosa riforma al Pentagono, introducendo la dittatura dei ragionieri.

Lui è fautore di una concezione economica di tipo assolutamente contabile, cioè non importa che cosa si produce ed a quale scopo, basta che il bilancio quadri. Andrebbe molto d’accordo col nostro Barucci o Andreatta. E’ il modo di pensare tipico dei banchieri usurai, i veri padroni di questo “tecnico” che ha rivestito posizioni di potere senza essere mai eletto.

Transparency International esibisce alcuni nomi famosi come fiore all’occhiello, come l’ex ambasciatore di Carter alle Nazioni Unite, Andrew Young, o l’ex presidente dei Costarica Arias (su quest’ultimo ci sarebbe da ridire), ma non saranno costoro a combattere la “corruzione”. Il compito sarà svolto dallo staff di funzionari, tutti provenienti dalla Banca Mondiale e dal Dipartimento di Stato americano. Transparency si occuperà di “consigliare” i paesi del Terzo Mondo e del settore in via di sviluppo, nonché quelli dell’ Europa dell’est, su quali contratti stipulare con le nazioni dell’OCSE, e quali no.

Al proposito è istruttivo leggere un articolo apparso sul quotidiano di Berlino Tageszaitung il 7 maggio scorso, articolo in cui veniva intervistato il direttore di Transparency, l’ex manager della Banca Mondiale Peter Eigen. Il vero obiettivo di Transparency sembra quello di impedire il trasferimento di tecnologia dall’Europa ai paesi in via di sviluppo. Gli acquisti di impianti ad alta tecnologia, macchine ecc., comportano infatti transazioni finanziarie elevate, all’interno delle quali, dichiarano quelli di Transparency, possono facilmente celarsi tangenti e bustarelle. I crociati della lotta alla corruzione si tradiscono quando parlano di “progetti superflui”: questa è la tradizionale politica malthusiana della Banca Mondiale, che ha sempre elargito i suoi scarsi finanziamenti a progetti di bassa produttività.

Non a caso l’organismo di McNamara ha scelto come sede Berlino ed ha annunciato che per il 1993 si prefigge l’obiettivo di stipulare contratti di consulenza con sei nazioni dell’Europa orientale. Sarà dunque l’ex carnefice del Vietnam a decidere che cosa i paesi dell’Europa dell’est acquisteranno dalla CEE e che cosa non acquisteranno. Naturalmente, c’è sempre lo zio Sam a fornire gli stessi beni senza bustarelle, cioè con tangenti “legali” del 5%.

Un altro protagonista della destabilizzazione economica è la più grande finanziaria di Wall Street, la Goldman Sachs. Nel nostro documento indicavamo come la G. Sachs avesse svolto un ruolo nel crollo della lira, dapprima annunciandone la sopravvalutazione ed indicando nel livello di 1000 lire al marco il tasso di cambio che essa riteneva realistico, poi buttandosi a vendere lire per contribuire a ottenere quel risultato.

La Goldman Sachs si è posizionata sul mercato italiano aprendo l’anno scorso un ufficio “operativo” a Milano. Sorge quindi lecito il sospetto che la svalutazione della lira di circa il 30% serva tra l’altro a rendere più appetibili i pezzi delle ex PPSS che lo Stato ha deciso di mettere in vendita, e che andranno sicuramente ad acquirenti stranieri visto che nessuno in Italia ha i capitali a sufficienza. Il comportamento di un personaggio come Romano Prodi, nominato dall’ex governatore Ciampi a presidente dell’IRI, conferma questi sospetti. Già un anno fa Prodi aveva esposto le sue idee in materia di privatizzazioni: privatizzare tutte le banche d’interesse nazionale, più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l’Ina.

Ora, se crediamo ai resoconti di una sua intervista al Wall Street Journal, dichiara che non solo tutto delle ex PPSS si può vendere, ma anzi, le aziende vanno prima risanate e poi vendute. Quindi, prima le risaniamo con i soldi dei contribuenti italiani, poi le vendiamo a chi, ai soliti stranieri?

Romano Prodi era fino a qualche tempo fa “senior adviser” della Goldman Sachs, e non ci risulta che si sia dimesso dalla carica. Allora deve decidere se fa gli interessi di Wall Strect o quelli dell’Italia.

Oppure quelli del finanziere speculatore Soros, con cui collabora nei progetti di saccheggio dell’Europa orientale. Infatti, Prodi faceva parte del pool di economisti, assieme al famoso Jeffrey Sachs, che mise a punto il cosiddetto Piano Shatalin, un piano per la riconversione economica dell’ex URSS ideato da Soros, così radicale che fu respinto a suo tempo da Gorbaciov (1990-91).

Prodi è dunque collegato agli ambienti che speculano contro la lira, che saccheggiano l’economia dell’Europa dell’est ed hanno permesso in quei paesi un saldo insediamento della mafia. E’ legittimo, quindi, il sospetto che la liquidazione dell’IRI, col passaggio in mano straniera delle migliori aziende, ad alto contenuto tecnologico, sia stata già decisa e che Prodi sia un semplice esecutore delle volontà degli ambienti internazionali a cui è legato.

Non si tratta di sostenere il “socialismo reale” se si dubita che, per definizione, il privato sia meglio del pubblico.

In generale, la presenza dello stato dovrebbe limitarsi alle infrastrutture, in primis l’energia, ma anche i trasporti, la scuola e la sanità. Ma proprio il caso italiano mostra che, laddove essa è guidata da managers onesti e competenti, l’impresa pubblica è in grado di competere in quanto ad efficienza e risultati con quella privata. Se ciò non avviene è solo dovuto al fatto che non abbiamo più dirigenti del calibro di un Enrico Mattei.

Ricordiamo che ai tempi di Mattei l’IRI, un complesso che ci era invidiato all’estero perché era in grado di fare tutto, moltiplicava ogni lira investita per sei-sette volte. Solo il Progetto Apollo della NASA ha saputo fare di meglio.

Dai pochi elementi qui presentati, potrebbe concludersi che c’è una destabilizzazione voluta dell’economia italiana? Certamente, anche se qualcuno potrebbe ribattere su ogni singolo punto offrendo una spiegazione diversa. Ciò che ci fa affermare con sicurezza che la destabilizzazione esiste, non è tanto un ragionamento di tipo deduttivo, cioè un’ipotesi desunta solo dagli elementi fattuali, come farebbe Sherlock Holmes o la FBI.

Il fatto da cui bisogna partire è che coloro che oggi propongono la ricetta liberistica, privatizzazione più tagli, sanno benissimo che questa ricetta non funziona (basta vedere lo stato in cui è ridotta l’economia inglese) e che, anzi, essa ha effetti distruttivi sull’economia nazionale a cui viene applicata.

Esiste, dunque, una mens rea a monte di tutto ciò, di cui sono complici coloro che per ingenuità o per stupidità se ne fanno i portavoce in Italia.

Il liberismo è una truffa sin dalla nascita: quando Adam Smith scrisse il suo libro La ricchezza delle Nazioni” lo fece per convincere gli Stati Uniti a non diventare una nazione industriale, e rimanere un paese agricolo. Cosa che l’America si guardò bene dal fare. Oggi lo stesso trucco viene riproposto in forma moderna e su scala mondiale o, come dicono gli angloamericani, globale.



TERZO INTERVENTO

Proposta di un programma economico per l’Italia

Discorso di Paolo Raimondi Presidente dell’Associazione “Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà”

Ho voluto rileggere nei giorni scorsi i documenti economici principali elaborati dagli uomini che guidano l’economia italiana per farmi un’idea precisa su come e dove stanno conducendo l’Italia. Carlo Aceglio Ciampi, annunciando il programma dei suo governo il 6 maggio scorso, partiva dai dati del debito pubblico (1.670.000 miliardi di lire, superiore del 10% del PII, e con un volume di interessi di 190.000 miliardi di lire), per richiedere una drastica riduzione dei deficit attraverso tagli sulla sanità, pensioni, enti locali, pubblico impiego, tutti settori che saranno riformati.

Ciampi annunciava inoltre di voler continuare con il piano delle privatizzazioni, rifiutava categoricamente ogni misura forzosa sul debito, leggi un no al consolidamento, ringraziava i sindacati per aver accettato di tagliare nel luglio 1992 la scala mobile e di aver accettato tagli reali sul salario, e avvertiva al contempo dell’arrivo di un riordino degli ammortizzatori sociali, cioè tagli sulla cassa integrazione.

Si sbilanciava alla fine con una frase “accelereremo i programmi di opere già finanziate”. Beh, non si può dire che il nuovo capo di governo si discosti molto dal miope e incompetente approccio dei “governi contabili” del passato.

Nella relazione annuale del governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio ammetteva, il 31 maggio scorso, che “siamo in un circuito involutivo costituito da bassa produzione, caduta degli investimenti, consumi stagnanti, caduta dell’occupazione”.

Descrivendo impotentemente l’attacco alla lira, ammetteva una spesa netta di riserve pari a 48 miliardi di dollari tra giugno e metà settembre del 1992.

Parlando poi di finanza derivata, il governatore la vedeva come un beneficio per l’allocazione mondiale del risparmio anche se aumentavano i rischi di instabilità, a cui la risposta non andava ricercata nel ritorno a forme di controllo dei movimenti di capitale bensì in un generico maggior coordinamento internazionale.

Salutava la decisione di abolire la scala mobile e avvertiva che, nel piano di ristrutturazione dell’organizzazione produttiva, ci sarà una riallocazione della produzione a livello mondiale (leggi chiusura di fabbriche da noi per riaprirle in Cina per esempio, dove la mano d’opera costa quasi niente). La politica della Banca d’Italia sarebbe centrata sul taglio del bilancio, delle spese, cominciando con un salasso di 13.000 miliardi seguito da altri tagli fino a fare invertire l’andamento tra il debito pubblico e il PIL entro tre anni.

Il dott. Fazio riservandosi un ruolo primariamente monetarista, ha risolto fumosamente l’aspetto economico produttivo con un generico invito allo stato e all’amministrazione pubblica “a fornire servizi funzionali e promuovere, in condizioni di economicità, investimenti in infrastrutture e in dotazione di capitale pubblico che non necessariamente debbono far capo, sul piano giuridico e sul piano finanziario, al bilancio.”

Luigi Abete, presidente della Confindustria, nella sua relazione annuale del 27 maggio, ha a sua volta salutato la decisione dei sindacati di abolire la scala mobile, come il contributo principale contenimento dell’inflazione. Il resto del suo intervento verteva su altre possibili azioni per tagliare ulteriormente il costo del lavoro, attraverso la riduzione degli oneri sociali e una riforma dei contratti di lavoro, minacciando apertamente, attraverso la internazionalizzazione produttiva, di portare capitali e fabbriche altrove. Parlando della necessità di una battaglia contro la rendita, ha richiesto, giustamente, una riduzione del 3% del costo del denaro. Abete ha concluso con un generico richiamo a rilanciare gli investimenti nelle infrastrutture.

Per concludere questo sintetico panorama, Massimo Russo, responsabile per l’Europa del Fondo Monetario Internazionale, salutando il taglio di 13.000 miliardi di lire, ha preannunciato la richiesta del Fondo di altre manovre correttive del bilancio per il 1993, mettendo al contempo l’Italia sotto una maggiore sorveglianza.

Ho voluto dare questa veloce carrellata di opinioni e interventi per mostrare come nel mezzo della crisi più grande dell’economia mondiale e nazionale, questi dirigenti stiano portando l’Italia economica al macello.

In particolare, questa pressione forsennata sulle forze del lavoro produrrà inevitabilmente un’esplosione sociale in una situazione di progressivo aggravamento della depressione economica.

È tempo di andare oltre la retorica, le analisi e le discussioni, che si sprecano in questo ultimo periodo. Sorgono come funghi centri di confronto, fondazioni, dove regna l’opinione ma non il programma e l’azione. L’associazione “Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà”, insieme all’EIR, propone un piano di emergenza e di azione.

Avendo riconosciuto che siamo in una fase di eccezionale crisi politica ed economica, proponiamo di imparare da grandi statisti come Charles de Gaulle ed Enrico Mattei e dalla loro esperienza nella costruzione della nazione e dell’economia devastate dalla guerra.

Un ritorno al dirigismo di de Gaulle vuol dire schierarsi con il sistema economico americano di Alexander Hamilton, i fratelli Carey, Friedrich List, secondo i quali lo sviluppo dell’economia fisica deve basarsi sulla tecnologia, sull’industria, sull’agricoltura avanzata e sui crediti produttivi, contro il liberismo neo-coloniale del sistema britannico di Adam Stnith e del FMI e relative appendici ed epigoni nel sistema di Bretton Woods oggi.

Dopo il 1945, de Gaulle sviluppò il suo progetto programmatico lungo questi tre punti:

  1. definizione delle priorità nazionali (carbone, acciaio, esplorazione dello spazio, energia nucleare);
  2. creazione di un’agenzia di pianificazione, studiata lungo l’esempio di Enrico il Navigatore di Sagres (Portogallo) nel secolo XV per realizzare la scoperta del Nuovo Mondo, le Americhe. Un centro non burocratico, ma con lo scopo di definire i compiti e capace di legare i momenti (discontinui) di sviluppo e creazione;
  3. un coordinamento degli interessi, cioè un’alleanza di forze sociali ed economiche diverse ma con impegno patriottico unanime.

Le priorità per l’Italia

Ecco quello che dobbiamo cominciare a fare per definire in Italia, nel contesto dell’Europa moderna, le priorità:

  1. indipendenza energetica con il nucleare. L’Italia ha bisogno di partire immediatamente con un piano di 30 centrali da costruire entro il 2000 (moduli HTR, reattori a alta temperatura a sicurezza intrinseca per un totale di circa 30 gigawatt);
  2. infrastrutture moderne: treni ad alta velocità con nuove connessioni alpine verso il resto dell’Europa centrale, trasporto marittimo sviluppando le autostrade del mare ed una rete portuale efficiente, il Ponte di Messina, un moderno sistema di comunicazione, esplorazione e colonizzazione dello spazio ecc.;
  3. realizzare con il resto dell’Europa dell’Est e dell’Ovest il programma di integrazione economica e infrastrutturale del continente euroasiatico conosciuto come il “Triangolo Produttuvo” proposto dall’economista americano Lyndon LaRouche utilizzando la più avanzata tecnologica nei settori dei trasporti, comunicazione, energia e ricerca;
  4. tecnologia avanzata per industria e agricoltura;
  5. ricerca nei settori chiave per il futuro, dove l’Italia ha già una invidiata rete di studiosi e ricercatori nella scienza teorica, come la fusione termonucleare, la fisica dei plasmi, la fusione fredda, la superconduttività, l’elettromagnetismo;
  6. partecipare con l’Europa, gli Stati Uniti, la Russia, l’Ucraina e altre nazioni nella realizzazione dei sistema difensivo Strategic Defence Initiative (SDI) – Scudo Spaziale, che produrrà anche importantissime ricadute scientifiche e tecnologiche nei settori produttivi dell’economia civile;
  7. un sistema scolastico adeguato a queste sfide scientifiche e tecnologiche future;
  8. un sistema sanitario e previdenziale moderno.

[Conosciamo bene come siano andate le cose trent’anni dopo questo promemoria di “cose da fare per migliorare la nazione Italia. Un’Italia al 5° posto nella classifica delle nazioni industrializzate distrutta sistematicamente nell’industria, l’economia, la scuola, la sanità e la partecipazione sociale.. diametralmente all’opposto sul “cose da fare per distruggere la nazione Italia n.d.r.].


L’esempio di Hamilton

Per finanziare questo programma occorre una globale riforma del sistema monetario e finanziario nazionale (da collegare a simili iniziative in altri paesi che necessariamente devono trovare un’ alternativa al sistema di Bretton Woods in bancarotta) lungo le linee della Banca Nazionale di Alexander Hamilton, il primo Ministro del Tesoro Americano. (Nel 1789, a seguito della lunga e costosa guerra di indipendenza contro l’impero coloniale britannico, gli Stati Uniti erano una nazione economicamente in rovina, piena di debiti e con un’inflazione galoppante.) Hamilton elaborò il suo programma (“Reportort on a National Bank” 1790) lungo i seguenti punti:

  1. consolidamento del debito nazionale trasformandolo in Buoni del Tesoro a lungo termine e ad un tasso di interesse specifico (tra 4 e 6 per cento);
  2. i Buoni del Tesoro entrarono in circolazione nell’economia anche a pagamento di beni e servizi. Lo stato si impegnò a mantenere il valore delle obbligazioni, acquistandole qualora fosse necessario, mantenendo così stabilità e fiducia;
  3. la creazione di una Banca Nazionale per mantenere il controllo sulla moneta, sul tasso di creazione monetaria per investimenti in agricoltura ed industria. La Banca organizzò una riserva in oro (attingendo da depositi privati d’oro) e in parte in Buoni del Tesoro, creando capitale 2-3 volte il livello della riserva nella forma di crediti a tassi di interessi al di sotto del 6% per finanziare investimenti produttivi e grandi progetti.

Scopi della Banca Nazionale

Oggi dobbiamo trasformare la Banca d’Italia in una Banca Nazionale, sotto il controllo del Governo e del Parlamento, con i seguenti scopi:

  1. Fermare il processo di “monetizzazione del debito”. Attualmente la Banca d’Italia stampa moneta per finanziare il crescente debito pubblico.
  2. Mettere fuorilegge il cosiddetto “moltiplicatore del credito”. La Costituzione sancisce che la creazione del credito è una prerogativa del governo statale.
  3. Dichiarare illegale la formazione di strumenti di finanza derivata, in quanto strumenti di speculazione selvaggia. Presenteremo in Parlamento un progetto di legge per la loro messa al bando. Questi valori, nel vortice monetarista, diventano contemporaneamente fonti di nuovi crediti che infiammano il “moltiplicatore”.
  4. Imporre una tassa su tutte le transazioni della finanza derivata, con lo scopo non tanto di aumentare il gettito fiscale dello stato bensì di iniziare un’operazione mirante all’eliminazione totale di queste operazioni speculative e parassitarie.
  5. Bloccare immediatamente la decisione della Banca d’Italia (vedi la relazione di Fazio) di abbattere i livelli di riserva delle banche. Questa decisione del governatore centrale, che si allinea alla drammatica e fallimentare esperienza americana, porterà solo inflazione, instabilità e insolvenza dell’intero sistema bancario.
  6. Consolidamento del debito nazionale, trasformando i debiti a breve in obbligazioni a più lungo termine ed a tassi di interesse da definire ad un livello senz’altro inferiore a quello attuale. La rendita, attraverso alti tassi di interesse, crea un ovvio meccanismo perverso che distrugge l’ economia reale, prosciuga le casse dello stato e ingigantisce il debito pubblico.
  7. Cambiamento della moneta con l’introduzione della cosiddetta “lira pesante” e ritorno ad un sistema di riserva aurea, lungo le linee indicate nella proposta avanzata da Lyndon LaRouche nel 1980 «Una soluzione gollista alla crisi monetaria italiana».
  8. Creazione di almeno 200.000 miliardi [di lire] di credito all’ anno a bassi tassi di interesse emessi dal Tesoro attraverso la Banca Nazionale verso l’intero sistema economico fisico-reale. Il nuovo meccanismo da usare è l’apertura di uno sportello di sconto presso la Banca Nazionale allo scopo di concedere crediti diretti ai settori produttivi, in particolare delle infrastrutture, dell’economia fisica.
    • La Banca Nazionale dovrà diventare in altre parole una banca di sconto per finanziare lo sviluppo dell’economia e non più una banca di emissione.
    • La creazione della moneta dovrà tornare sotto il controllo del Tesoro e del Governo.
  9. Approssimativamente due terzi dei 200.000 miliardi saranno spesi direttamente dal Tesoro sotto forma di credito diretto a progetti infrastrutturali di base, il resto andrà a coprire la domanda di crediti per investimenti da parte di privati impegnati in simili progetti, con lo scopo di creare un milione di nuovi posti di lavoro direttamente attraversi gli investimenti infrastrutturali e un altro milione nel settore indotto. Questo è l’unico modo efficace di ridurre il debito pubblico controllare il bilancio, at- traverso un aumento della produzione e della produttività globale e un aumento reale della base imponibile.
  10. Questa non è l’ora di svendere a prezzi stracciati il meglio dell’industria statale italiana con una forsennata politica di privatizzazioni. Occorre invece un programma di riconversione tecnologica verso settori di avanguardia, per esempio aerospaziale. Si potrà parlare di privatizzazioni in un futuro momento di solidità economica.
  11. E tempo di intraprendere serie indagini giudiziarie nei confronti dei grandi speculatori, sull’esempio dell’azione dell’on. Henry Gonzales, presidente della Commissione Bancaria della Camera dei Deputati americana, nei confronti di George Soros. Secondo la relazione del dott. Fazio, nel 1992 l’Italia ha sborsato 48 miliardi di dollari (pari a oltre 65.000 miliardi di lire) solo nel periodo tra giugno e metà settembre 1992 per difendere invano lira. Questa è stata la più grande truffa della storia italiana. Il sacrosanto diritto degli italiani ad una vera pulizia delle istituzioni deve essere realizzato totalmente. Mi domando come mai i solerti giudici italiani di “Mani Pulite” pronti a incastrare fino all’ultimo ladro di polli, non si siano ancora mossi nei confronti di questi ladri di migliaia di miliardi. Spero che sia solo un riflesso di provincialismo e mancanza di competenza.
  12. Coordinare queste politiche monetarie ed economiche con governi e forze europee ed internazionali (in primo luogo con i paesi in via di sviluppo) interessate a cooperare a simili progetti di sviluppo. E´ indubbiamente una grande sfida. L’alternativa è comunque il caos economico, politico e sociale, dettato dalla depressione. Vogliamo aspettare come si è fatto per i Balcani, fino ad avere una guerra incontrollabile, solo per non denunciare per nome e cognome i piani geopolitici? Dobbiamo creare una alleanza di forze per realizzare un simile progetto. Questo è il compito che si propone la nostra Associazione “Movimento internazionale per i diritti civili – Solidarietà”, creata intorno alle idee e proposte economiche di Lyndon LaRouche.

MoviSol


I canali dei social media stanno limitando la portata di Megachiroptera: Twitter, Facebook ed altri social di area Zuckerberg hanno creato una sorta di vuoto cosmico intorno alla pagina ed al profilo mostrando gli aggiornamenti con ritardi di ore.

Megachiroptera non riceve soldi da nessuno e non fa pubblicità per cui non ci sono entrate monetarie di nessun tipo. Il lavoro di Megachiroptera è sorretto solo dalla passione e dall’intento di dare un indirizzo in mezzo a questo mare di disinformazione.

Questo profilo è stato realizzato per passione e non ho nessun particolare motivo per difendere l’una o l’altra teoria, se non un irrinunciabile ingenuo imbarazzante amore per la verità.

Non ci sono complotti

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