Dossier Carl Schmitt: 2a parte

Come “giustificare” la dittatura: un profilo di Carl Schmitt

Tratto da «Cheney’s ‘Schmittlerian’ Drive for Dictatorship» – gennaio 2006 – LaRouchepac

“Sebbene alcuni analisti sostengano che l’Amministrazione Bush sia guidata dalle idee dell’immigrato tedesco Leo Strauss, dovrebbe essere più opportuno ritenere che la vera eminenza grigia dell’amministrazione, in particolare per quanto riguarda le questioni attinenti il ricorso alla tortura, sia Schmitt”.

Così scrive sul numero dell’estate 2004 di Daedalus Sanford V. Levison, noto costituzionalista, titolare delle cattedre di diritto e di scienze politiche all’Università del Texas.

Scott Horton, presidente della Commissione giuridica internazionale dell’ordine degli avvocati di New York e professore aggiunto della Columbia University ha pubblicato il 7 novembre su “Balkanization” un articolo intitolato “il ritorno di Carl Schmitt” [http://balkin.blogspot.com/2005/11/return-of-carl-schmitt.html].

Trattando la posizione di John Yoo, avvocato del dipartimento di Giustizia, secondo cui l’Esecutivo non è vincolato dalle Convenzioni di Ginevra e da strumenti internazionali simili nella condotta della guerra in Iraq, Horton scrive:

“Le posizioni pubbliche e le dichiarazioni di Yoo lasciano intendere una forte influenza di un pensatore: Carl Schmitt”.

Horton nota come, secondo Schmitt,

“le norme delle leggi internazionali sui conflitti armati … sono ‘irrealistiche’ quando vengono applicate al moderno combattimento ideologico contro un nemico che non si attiene alle nozioni dello stato nazionale, che adotta metodi terroristici e combatte con formazioni irregolari che non possono essere paragonate agli eserciti tradizionali. Per Schmitt l’elemento decisivo nella guerra contro un nemico del genere è la sua demonizzazione. Il nemico dev’essere considerato assoluto e deprivato di qualsiasi diritto legale, di qualsiasi natura. L’esecutivo dev’essere libero di ricorrere ad ogni mezzo che trova per combattere ed eliminare questo nemico. Di contro, i poteri di condurre la guerra debbono essere incarnati senza riserve dall’esecutivo – nelle parole del direttore ministeriale del Reich Franz Schlegelberger (paurosamente riecheggiate in un documento di Paul D. Clement, Solicitor General dell’amministrazione Bush) ‘in tempo di guerra l’Esecutivo è costituito dall’unico leader, dall’unico legislatore, dall’unico giudice’. Mi concedo la libertà di sostituire il termine impiegato da Yoo, Esecutivo, a ciò che nel testo di Schmitt o Schegelberger ovviamente è il Führer”.


Chi era Carl Schmitt?

Nato nel 1888 da una famiglia operaia cattolica, Carl Schmitt studiò giurisprudenza a Berlino, Monaco e Strasburgo. La sua idea politica centrale risale al periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale: la legittimità dello stato è determinata dal modo in cui agisce di fronte al ‘pericolo concreto’ o nella ‘situazione concreta’, piuttosto che da qualsivoglia scopo morale. Il sovrano o il dittatore legittimo è colui che decide lo ‘stato di eccezione’ per preservare l’ordine e proteggere la costituzione. Seguace delle idee di G.W.F. Hegel e Thomas Hobbes, secondo cui l’uomo è ‘caduto’ e ‘cattivo’, Schmitt sostiene che tutta la vita politica si riduce ai rapporti tra “amici e nemici”.

Nella teoria di Schmitt, le democrazie fondate sulle ‘norme’, sulle regole giuridiche, e sulla separazione dei poteri, perdono ogni potere quando debbono affrontare delle grandi minacce religiose carismatiche, o politiche, come quella bolscevica della sua epoca. L’esistenza di “situazioni eccezionali”, come gli stati d’emergenza, rappresenta va ad infrangere le fondamenta stesse dei sistemi politici liberali che si basano su leggi prestabilite e su norme che in teoria dovrebbero essere applicabili a tutte le situazioni possibili. Schmitt si fece beffe dell’idea che un dibattito razionale possa portare alla verità, affermando che se si chiedesse ad un social democratico del suo tempo chi volesse, “Barabba o Gesù?”, egli convocherebbe subito delle consultazioni e stabilirebbe una commissione per studiare il caso.

Dal 1921 Schmitt si dedicò all’insegnamento e produsse trattati polemici che furono attentamente studiati soprattutto in quegli ambienti bancari sinarchisti che alimentavano l’esperimento fascista in Europa. Poi, come consigliere dei governi Brüning (1930-1932) e von Papen (1932), Schmitt fu impegnato a criticare e a minare la Costituzione di Weimar.

In «Teologia politica», già nel 1922 Schmitt sosteneva che il vero sovrano è l’individuo o il gruppo che prende le decisioni in una situazione eccezionale. Questo individuo, o gruppo, e non la Costituzione, è il sovrano. Tutto ciò che una Costituzione può contribuire al proposito è stipulare a chi compete prendere l’iniziativa quando la situazione diventa eccezionale.

Nello scritto «Il concetto del politico» del 1927, Schmitt sostenne che l’esistenza e l’identità stesse dello stato si fondano sulla realtà più profonda ed essenziale del rapporto “amico e nemico”, e che la sovranità è determinata dall’individuo o dall’entità che è capace di definire e proteggere la società dai nemici nelle situazioni di minaccia esistenziale. Piuttosto che ricorrere alle norme, sostiene Schmitt, il sovrano ricorre alla legge del campo di battaglia o “al decisionismo concreto”.

Fino alla sua scomparsa, nel 1985, Schmitt rimase un devoto ammiratore del fascismo mussoliniano, al quale egli riconobbe la capacità di unire la chiesa, lo stato autoritario, un’economia libera, e i miti forti che motivano la popolazione.


La transizione verso la dittatura costituzionale

Per de-costruire la Costituzione tedesca, Schmitt fece leva soprattutto sull’Articolo 48 dal quale dipendeva la possibilità di dichiarare lo stato d’emergenza in cui si governasse con i decreti presidenziali. Nello scritto «Il guardiano della costituzione», del 1931, Schmitt sostenne che l’Articolo 48 conferiva al presidente tedesco la facoltà incondizionata di sospendere la Costituzione durante uno stato d’emergenza, e di restaurarla solo ad emergenza conclusa. In base all’Articolo 48, il presidente disponeva di poteri di fatto dittatoriali, in veste di “protettore della Costituzione”, compresa la facoltà di emettere leggi, senza aver bisogno dell’approvazione del parlamento. Giacché il Presidente rappresenta da solo tutto il popolo, il ricorso alle consultazioni plebiscitarie dirette avrebbero consentito di sciogliere qualsiasi dubbio sulla legittimità democratica sotto il governo presidenziale.

Alla dittatura presidenziale che fece seguito alla caduta del governo Brüning, nel 1932, Schmitt prese parte come rappresentante legale. Quando i nazisti orchestrarono l’incendio del Reichstag, il 27 febbraio 1933, tutto era praticamente predisposto per compiere quella transizione, tutt’altro che impegnativa, da una dittatura temporanea ad una dittatura sovrana o permanente.

Il 28 febbraio 1933, Hitler ricorse all’Articolo 48 per sospendere i diritti dei suoi oppositori, bollandoli come terroristi. Il 23 marzo un parlamento terrorizzato, convinto che la Germania fosse minacciata dalle orde bolsceviche, finì per legittimare la dittatura. In un articolo sul Deutsche Juristen Zeitung del 25 marzo, Schmitt difese quella decisione parlamentare sostenendo che le prerogative dell’Esecutivo adesso comprendevano la facoltà di approvare nuove leggi costituzionali e dichiarare lettera morta la Costituzione di Weimar. La nuova legge, scrisse Schmitt, era l’espressione di una “rivoluzione nazionale trionfante”.

Secondo Schmitt:

“l’attuale governo vuole essere l’espressione di una volontà politica nazionale unificata che cerca di porre fine ai metodi del sistema partitico pluralistico che è stato distruttivo per lo stato e per la Costituzione”.

Quando Hitler massacrò i suoi oppositori politici nella “notte dei lunghi coltelli”, tra i quali Kurt von Schleicher, del quale una volta Schmitt si era detto amico, il giurista di corte scrisse sul Deutsche Juristen Zeitung, nel 1934, che:

“Il Führer protegge la legge contro i peggiori abusi quando, nel momento del pericolo, in virtù della sua leadership, egli fa immediatamente giustizia. Il vero leader è sempre, al tempo stesso, un giudice”.

In uno scritto propagandistico pubblicato nel 1936 in Germania, e successivamente anche in Francia, Schmitt affermò che tutti i governi nati in Europa dopo la prima guerra mondiale avevano eliminato la distinzione tra poteri legislativi ed esecutivi in quanto avevano l’esigenza di mantenere i poteri legislativi “in armonia con i costanti cambiamenti della situazione politica, economica e finanziaria”. Quindi, concludeva, l’unico aspetto davvero originale del Reich di Hitler stava nel fatto che in Germania questo sviluppo aveva raggiunto le sue piene conclusioni logiche. Nel 1933 i tedeschi avevano eliminato completamente la distinzione convenzionale della “separazione dei poteri” istituendo un sistema di genuina “legislazione governativa”. Sarebbe sbagliato, affermò Schmitt, caratterizzare questa evoluzione come un dittatura. Rappresenta piuttosto, disse, il trionfo di una legalità costituzionale più antica, che affonda le sue radici nel pensiero di Aristotele e di Tommaso d’Aquino.

Negli anni in cui servì il regime nazista, Schmitt ebbe come superiori Herman Göring e Hans Frank che gli affidarono la supervisione dell’epurazione delle università tedesche da qualsiasi influsso ebraico e l’incaricarono di conformare tutte le leggi tedesche alla teoria nazista. Schmitt giustificò l’aggressione di Hitler contro le nazioni dell’Europa affermando che la Germania stava creando un Grossraum, una sfera d’influenza, come gli Stati Uniti avevano fatto con la Dottrina Monroe. Successivamente, persi i favori delle SS, viaggiò in Spagna, Portogallo ed Italia. Il tema centrale di conferenze e discorsi fu come continuare a legittimare i governi fascisti di questi paesi. Arrestato alla fine della guerra, respinse la de-nazificazione, sostenendo di non aver preso parte alle decisioni del genocidio, ma di aver fornito solo “idee” o “una diagnosi”.


Il revival di Carl Schmitt negli USA

Gli stretti rapporti tra Carl Schmitt e Leo Strauss, e il revival di Schmitt negli USA (finanziato dalle stesse fondazioni che hanno sponsorizzato la Federalist Society, negli anni Ottanta e Novanta – vedi articolo seguente…) lasciano chiaramente intendere che la promozione del Führerprinzip da parte del vice presidente Dick Cheney non è una mera coincidenza. Nel 1933 Schmitt aiutò Strauss ad ottenere una borsa di studio della Rockefeller Foundation, per potersi stabilire negli USA. Schmitt si avvalse della collaborazione di Strass nella stesura del libro “Il concetto del politico”, e Strauss si fece aiutare da Schmitt per la sua opera su Hobbes. Strauss continuò a scrivere a Schmitt ininterrottamente dopo l’ascesa del Nazismo al potere.

Il professore della New York University George Schwab ha realizzato all’inizio degli anni Settanta due libri su Schmitt, avvalendosi del suo diretto contributo soprattutto per minimizzare o eliminare i trascorsi nazisti di fronte ad un pubblico americano. Schwab era un protetto di Hans Morgenthau, guru di politica estera presso la Università di Chicago, dove fu ordito “l’esperimento cileno”, il golpe fascista di Pinochet per realizzare la politica economica dei “Chicago Boys”. Jaime Guzman, aperto ed entusiasta sostenitore delle teorie di Carl Schmitt, è riconosciuto come il promotore della legittimazione giuridica e popolare del golpe cileno attingendo, come lui stesso ammise, alle teorie di Carl Schmitt. José Piñera, artefice del saccheggio del sistema pensionistico cileno, e attivista del recente tentativo di riforma pensionistico negli USA caldeggiato da Bush, ricorda sul suo sito internet di essere stato un grande amico di Guzman, anche sul piano intellettuale.

Alla fine degli anni Settanta, Heinrich Meier, straussiano tedesco della Siemens Stiftung, iniziò a riformulare le teorie di Schmitt ad uso e consumo dell’emergente Rivoluzione Conservatrice. Lavorando sui diari di Schmitt del dopoguerra, sulla sua collaborazione giovanile con Leo Strauss, e sulla sua riscoperta del filosofo spagnolo Donoso Cortes per legittimare il regime di Franco, Meier ripropone uno Schmitt in veste di teorico della guerra di religione permanente o una guerra civile mondiale dalla parte del Dio della religione rivelata, una teoria di cui è oggi impregnata la visione del mondo di George Bush.

Tra gli anni Ottanta e Novanta le opere di Schmitt furono incluse tra quelle consigliate nelle facoltà di politica e di filosofia, con tutto un fiorire di traduzioni, commenti, conferenze, ecc. A finanziare questo progetto fu soprattutto, tra le altre, la Lynde and Harry Bradley Foundation. Michael Joyce, che in quel periodo presiedeva la Bradley Foundation, è un seguace di Leo Strauss che ha iniziato la sua carriera con Irving Kristol all’Institute for Educational Affairs, la stessa fondazione da cui provengono i fondi iniziali per la Federalist Society.

Barbara Boyd

MoviSol


I canali dei social media stanno limitando la portata di Megachiroptera: Twitter, Facebook ed altri social di area Zuckerberg hanno creato una sorta di vuoto cosmico intorno alla pagina ed al profilo mostrando gli aggiornamenti con ritardi di ore.

Megachiroptera non riceve soldi da nessuno e non fa pubblicità per cui non ci sono entrate monetarie di nessun tipo. Il lavoro di Megachiroptera è sorretto solo dalla passione e dall’intento di dare un indirizzo in mezzo a questo mare di disinformazione.

Questo profilo è stato realizzato per passione e non ho nessun particolare motivo per difendere l’una o l’altra teoria, se non un irrinunciabile ingenuo imbarazzante amore per la verità.

Non ci sono complotti

ci sono persone e fatti

DOCUMENTATI


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: