Dossier Carl Schmitt: 5a Parte

Transparency International, la Madre di tutte le Mani Pulite

E’ l’inquisizione globalista. Mette all’Indice gli Stati Nazionali. Decide chi merita la patente di onestà e coltiva il separatismo leghista. E’ nata dalla Banca Mondiale. Il suo “teologo” è Filippo d’Edimburgo

CHE COSA HANNO IN COMUNE Umberto Bossi, il Capo della Banca mondiale Wolfensohn, gli “eroi” di Mani Pulite Davigo e Colombo e il Principe Filippo di Edimburgo? Fanno tutti parte delle truppe irregolari che conducono una guerra contro gli stati nazionali sovrani. Queste truppe irregolari destabilizzano a livello finanziario, con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e i vari “pirati” come George Soros, o direttamente a livello militare, con le varie organizzazioni di mercenari provenienti dai corpi speciali di Sua Maestà Elisabetta II, o a livello politico, con il movimento ambientalista WWF guidato dal principe Filippo, e con l’ultima nata tra le istituzioni del governo mondiale: l’organizzazione “anti-corruzione” chiamata Transparency International, anche detta “Mani Pulite Internazionali”. Emanazione della Banca Mondiale, nata su istigazione del principe Filippo nel 1989, essa ha compiuto una “lunga marcia attraverso le istituzioni” ed è riuscita ad inserirsi nei gangli vitali dell’occidente. Oggi Transparency ha il potere di rovesciare i governi ed è in grado di legiferare in più di un paese dell’OCSE. In Italia i suoi capostipiti sono stati Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, ma l’organizzazione è saldamente in mano alla Lega Nord.

Nella storia, l’oligarchia non ha cambiato il modo in cui rovescia gli stati; come nella Rivoluzione Francese, o con l’avvento di fascismo e nazismo tra le due guerre, anche stavolta distrugge le istituzioni scatenando orde giacobine contro i “politici corrotti”. Come si è visto nel caso dell’Italia, i media incanalano contro i “politici corrotti” la rabbia popolare covata in anni e anni di austerità imposta dal FMI. In preda ad una furia irrazionale, la popolazione applaude ai crociati anti-corruzione, senza capire che i “politici corrotti” sono solo il pretesto per rovesciare le istituzioni, a prescindere dalle malefatte vere o presunte loro contestate. In molti casi quegli stessi politici, pur avendo finora eseguito gli ordini del FMI, sono diventati un ostacolo alla nuova fase di austerità, che prevede l’eliminazione di ogni rete sociale e di ogni istituzione — l’eliminazione dello stato in quanto tale.

Stavolta, rispetto al passato, il disegno è più ambizioso: si tratta di rovesciare i governi di tutto il mondo, cancellare tutti gli stati nazionali e instaurare un direttorio, o “governo” mondiale. Non siamo ancora alla ghigliottina, ma ci arriveremo. Intanto, in Africa, la crociata “anti-corruzione” ha già prodotto il genocidio di due milioni di hutu, e non si fermerà qui. Sul continente europeo, la testa d’ariete del governo mondiale, Transparency International (TI), agisce a due livelli: con il fanatismo giustizialista dei vari “eroi” di Mani Pulite, e con la promozione di movimenti giacobini di massa, come la Lega Nord, pronti a sfruttare l’imminente crollo del sistema finanziario per rovesciare i “corrotti” parlamenti e sistemi nazionali e stabilire il nuovo sistema feudale sotto la dittatura dell’Impero Globale.


Genesi di TI

Ufficialmente TI è stata fondata nel 1993 a Berlino. All’apparenza sembra un ente germanizzato (il presidente, Peter Eigen, è tedesco), ma in realtà è totalmente britannico.

Nella genesi di TI occorre distinguere tre fasi: la fase di incubazione (1984-1989); la fase organizzativa (1989-1993); la nascita ufficiale (1993).

Secondo il “libretto rosso” di TI, (National Integrity Systems, the TI Source Book), pubblicato lo scorso anno a cura di Jeremy Pope, il neozelandese che ricopre il ruolo di Managing Director di TI, i fondamenti teologico-morali di TI derivano da una serie di incontri inter-religiosi promossi a cominciare dal 1984 dal principe Filippo duca di Edimburgo, consorte della regina Elisabetta d’Inghilterra. Filippo, fondatore dell’ecologismo antiscientifico col WWF (Fondo Mondiale della Natura), iniziò “consultazioni inter-religiose” con il principe Al Hassan Bin Talal della Giordania. Secondo il Source Book, “Seguaci delle tre religioni monoteistiche — Cristianesimo, Islam e Giudaismo — hanno partecipato, sotto gli auspici della St. George House, Windsor, e della Al Albait Foundation e il Forum per il Pensiero Arabo ad Amman. Più recentemente, sir Evelyn de Rothschild si è unito alle Loro Altezze Reali come patrono in questo sforzo. Recenti consultazioni hanno discusso un codice inter-religioso di etica per International Business, formulato alla luce delle tradizioni religiose”.

Indicativamente, il “codice” è molto deciso contro gli abusi delle industrie e degli imprenditori industriali, cioè coloro che costruiscono l’economia reale, mentre chiede “garanzie” precise per i “providers of Finance”, fino a prefigurare una sorta di regolare interferenza, in cui i direttori del “business” sono tenuti a riportare i loro risultati ai “finanziatori”. Quando viene stilato questo “codice” siamo nel 1984. Ronald Reagan ha appena annunciato la politica di “Scudo Spaziale” di Lyndon LaRouche, che tornava a proporre lo sviluppo tenologico che era stato bloccato con l’assassinio di Kennedy. Inoltre, alcune nazioni europee, tra cui l’Italia, cominciano a muoversi con iniziative che mirano allo sviluppo organico del continente africano, con l’obiettivo di portare l’industrializzazione e la capacità di inverdire il deserto in Africa.

Quando, nel 1989, cade il muro di Berlino e si disintegra l’impero comunista, evaporano anche le barriere ideologiche che avevano ostacolato un intervento occidentale per lo sviluppo dell’Africa e del terzo mondo. E’ allora che parte ufficialmente l’operazione “Mani Pulite International”, per iniziativa del responsabile della Banca Mondiale per il Kenya, Peter Eigen. La Banca Mondiale pubblica in quell’anno uno studio fondamentale per il lancio della nuova arma “anti-corruzione”: L’Africa sub-Sahariana, dalla crisi alla crescita sostenibile — uno studio di prospettiva a lungo termine. Lo slogan della pubblicazione è: “sostenere il buon governo”. In realtà, dietro parole come “buon governo” e “crescita sostenibile” si nasconde l’intenzione di impedire ogni sviluppo reale e distruggere le forze che oppongono resistenza.

E’ lo stesso Eigen che, in un saggio pubblicato nel 1996 (Combattere la corruzione nel mondo), racconta: “Nella primavera del 1990, rappresentanti della Banca Mondiale residenti in Africa si riunirono nello Swaziland per discutere una richiesta urgente articolata dai leader africani e intitolata ?Sostenere il buon governo». Quale rappresentante della Banca Mondiale in Kenya, accettai di parlare della corruzione come potente nemico del buon governo. Ne descrissi le dimensioni enormi e gli effetti paralizzanti… proposi quindi un piano d’azione che si era sviluppato in lunghe discussioni con molti colleghi e amici a Nairobi. Chiaramente, la maggior parte della gente è contro la corruzione; perché, quindi, non canalizzare questa opposizione nella costruzione di un’efficace coalizione che promuove la trasparenza? I tempi erano maturi”.

“La reazione iniziale — prosegue Eigen — dei partecipanti alle riunioni [della Banca Mondiale] fu entusiastica. Si convenne che la Banca Mondiale avrebbe dovuto sviluppare un’iniziativa anti-corruzione per se stessa e per i suoi partner… Io accettai di guidare l’iniziativa.”

Così, nella primavera del 1990, la Banca Mondiale aveva creato Transparency International. Ma, come Eigen ben presto scoprì, il potere sovrano dei governi costituiva ancora un ostacolo: “Subito dopo la riunione, però, emersero dei dubbi sulla idoneità della Banca Mondiale. Non si sarebbe trattato di una violazione dell’astinenza politica prescritta dallo statuto della banca, col rischio di provocare un vespaio politico? Benché ci fosse molto incoraggiamento all’interno dell’istituzione, mancò il consenso necessario. Purtuttavia, alcuni di noi rimasero convinti della necessità di agire. Bisognava fare qualcosa: alla fine della guerra fredda, i tempi erano maturi (…) assieme ad alcuni colleghi, decisi di procedere indipendentemente con l’iniziativa.”

Naturalmente, la parola ‘indipendentemente’, nel contesto di una priorità stabilita dall’oligarchia britannica, ha un significato relativo. Eigen però ammette fondamentalmente la natura del gioco: “Questo approccio”, cioè indipendente, “aveva il vantaggio ulteriore di evitare le sembianze di condizionamenti che ci sarebbero state se la Banca Mondiale avesse svolto un ruolo in prima persona. Volevamo un movimento spinto dalla domanda di trasparenza che proveniva da un numero di nazioni nel Sud e nell’Est del mondo che si trovavano in una transizione economica, sociale e spesso politica.”

 

“Sviluppo uguale corruzione”, “impero uguale onestà”

Quella che in seguito divenne ufficialmente TI era all’inizio un’impresa quasi cospiratoria. Progressivamente, essa conquistò potere e arroganza, mentre sempre più nazioni soccombevano alla depressione mondiale e al saccheggio della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.

Un caso esemplare è quello del presidente della Deutsche Bank, Alfred Herrhausen, ucciso il 30 novembre 1989 dopo aver sfidato la politica del FMI e della Banca Mondiale in Europa orientale. Il periodo di incubazione di TI corrisponde anche al dispiegamento in Europa orientale del pirata finanziario George Soros e delle sue fondazioni.

Alla fine del processo, queste istituzioni finanziarie mondiali ottenero finalmente ciò che cercavano: il diritto di intervenire direttamente negli affari interni dei paesi bersagliati. Mutatis mutandis, la procedura è simile alla conquista di tante nazioni deboli da parte dell’Impero Britannico negli ultimi duecento anni. Stavolta, però, è stata concepita più sottile, più efficiente.

Eigen continua: “Il gruppo di lavoro iniziale organizzò riunioni a Eschborn (vicino a Francoforte), Kampala (Uganda), Londra e Washington”. Contrariamente alla versione ufficiale, TI non fu creata a Berlino. Fu costituita legalmente all’Aja e registrata a Berlino, per motivi non dichiarati ma chiaramente legati all’intenzione di paralizzare la Germania costringendola ad una crociata anti-sviluppo.

La corruzione è un tema vasto, spiega Eigen; ecco perché TI, che “ha risorse limitate”, concentra i propri sforzi su un segmento particolare, “quello che riguarda i progetti pubblici nel settore in via di sviluppo. In decine di questi paesi, si tratta di vaste somme di denaro. Di solito, i funzionari pubblici accettano bustarelle da imprese che concorrono agli appalti, per incanalare i fondi pubblici nei progetti presentati dal concorrente… le vittime principali sono i membri della comunità locale, che finiscono col ritrovarsi appesantiti da cattedrali nel deserto”. Nella categoria delle cattedrali nel deserto (che in inglese Eigen chiama ‘elefanti bianchi’) sono naturalmente incluse strade, ferrovie, dighe, canali, progetti d’irrigazione di dimensioni importanti, impianti industriali ecc. Il vero obiettivo di TI è impedire ogni tipo di investimento dei paesi industrializzati nel terzo mondo.

“Mentre è facile puntare il dito sui funzionari pubblici corrotti”, sostiene il capo di TI, “non minore colpa hanno gli imprenditori degli stati industriali avanzati, la cui [sete di esportazioni] li spinge ad aggirare le leggi dei paesi in via di sviluppo. Dietro queste imprese, ricompensate con agevolazioni fiscali, ci sono gli stessi governi occidentali che forniscono aiuti ai paesi in via di sviluppo”.

Ma il vero, grande effetto criminoso della corruzione è l’impedimento alla “formazione del libero mercato”. La corruzione “porta a errori nella scelta e nella elaborazione dei progetti, spesso con conseguenze catastrofiche sia per la società che per l’ambiente”. Abbiamo visto che la “mamma” di TI, la Banca Mondiale, annovera tra le conseguenze catastrofiche per l’ambiente anche l’inverdimento del deserto. Un’altra affermazione di Eigen, inoltre, tradisce l’avversione per le istituzioni dello stato nazionale sovrano: “Troppo spesso, un ambiente corrotto incanala le risorse verso le aree improduttive, come la polizia e le forze armate e altri organi di controllo sociale”. In seguito non ci sorprenderemo quando scopriremo i legami tra TI e la Lega Nord.


Tecnica del colpo di stato

Così, detta la logica di TI, per sradicare la “corruzione” è necessario sradicare la sovranità nazionale del paese prescelto, sostituendo il governo legittimo con un potere esterno, “indipendente”. E’ sempre Eigen che parla: “L’esperienza insegna che la corruzione può essere debellata … rafforzando il monitoring da parte di enti indipendenti”. All’insegna della “prevenzione”, TI indica che le leggi devono essere cambiate e i rappresentanti eletti dal popolo devono essere posti sotto il controllo di enti stranieri, come TI stessa. Eigen chiede “l’adozione di una legge completa contro la corruzione e la sua applicazione da parte di un ente forte e indipendente, di integrità manifesta” e si spinge ad auspicare apertamente una specie di colpo di stato: “Lo scopo ultimo è il cambiamento pratico delle leggi, delle istituzioni e delle politiche”.

Eigen spiega la strategia tipo di TI, che consiste nella destabilizzazione perfetta. Nessuna violenza, almeno fino all’ultimo momento, quando la vittima prescelta è stata indebolita dall’interno, screditata con gli scandali e alienata dal sostegno della popolazione, a sua volta colpita dalla miseria economica imposta dai moralizzatori (FMI e Banca Mondiale). La pressione verrà dalla stessa popolazione, una volta che la penetrazione abbia fatto uso riuscito degli ‘agenti’ in loco.

“In ogni paese, TI mira a fungere da catalizzatore. Il tipico programma comincia con un accordo tra funzionari governativi e autorevoli cittadini [in Italia si direbbe esponenti della ?società civile»] sul fatto che il loro paese beneficerebbe da una visita dei rappresentanti di TI. Questa intavola discussioni con alti funzionari del governo (spesso con gli stessi capi del governo) per spiegare la natura della missione e il mandato di TI”.

“Le discussioni” continua Eigen, “si allargano fino ad includere parti rilevanti della società civile — di solito, leader industriali, giornalisti, leader religiosi, accademici, attivisti delle organizzazioni non governative, membri delle Camere di Commercio e altri corpi professionali — per verificare l’interesse a fondare sezioni nazionali e la fattibilità di quest’ultime.” In questo processo, TI sceglie i suoi agenti sul territorio: “Queste discussioni danno agli addetti di TI la possibilità di identificare i futuri leader di queste sezioni, che dovrebbero essere… chiaramente indipendenti dal governo.” Più che di indipendenza dal governo, bisognerebbe parlare di indipendenza dalla Costituzione, visto che in Italia TI ha scelto esponenti della Lega!

“La squadra di TI conclude di solito la sua missione con un round finale di colloqui col governo. TI poi prepara un rapporto diagnostico che dettaglia le sue impressioni sulla situazione (…) e tratteggia le linee di un piano d’azione.” Fatto questo, TI controlla una vasta forza politica nel paese ed è in grado di lanciare ogni tipo di movimento militante “anti-corruzione” e di dettare le leggi al parlamento. Ciò equivale, nei fatti, ad un colpo di stato, anche se le apparenze sono salvate. Talvolta, però, il colpo di stato avviene secondo la coreografia classica: carri armati nelle strade, parlamento assediato con le armi e presidente deposto. E’ quanto è avvenuto nel 1997 in Papua Nuova Guinea.


L’esempio del Pakistan

Il 31 luglio scorso, Transparency International ha pubblicato il suo terzo Corruption Perception Index (CPI), che letteralmente vuol dire “Indice della corruzione percepita”. Nel comunicato che annunciava la pubblicazione, TI ne sottolineava l’importanza rivelando che fu il CPI dell’anno precedente a determinare la caduta del premier pakistano Benazir Bhutto.

“L’impatto dell’Indice”, si legge nel comunicato, “è stato massimo in Pakistan. La rabbia popolare per il coinvolgimento del governo nella corruzione rampante è stata catalizzata dal secondo posto ricoperto dal Pakistan nella classifica dei paesi più corrotti del mondo. Improvvisamente, la rabbia si è focalizzata, accompagnata dall’amara sensazione che ?il Pakistan avrebbe meritato di più» dalla propria élite politica. La reazione in Pakistan alla pubblicazione dell’indice è stata notevole: rappresentanti dell’ambasciata e dei partiti di opposizione visitarono la sede di TI a Berlino per chiedere spiegazioni. Molti pakistani presero contatto con TI, che promosse la creazione di una propria rete nel paese e divenne un nome familiare, ottenendo ampio spazio sui media e radunando 300 autorevoli cittadini ad un seminario a Karachi. Molti relatori affermarono che l’Indice aveva contribuito alla caduta della notoriamente corrotta amministrazione Bhutto.”

“In fin dei conti — continua il comunicato — era stato l’ex Premier in persona, Benazir Bhutto, che aveva reagito con rabbia quando in Parlamento si era discusso dell’Indice, affermando che la sua era ?la più onesta amministrazione nella storia del Pakistan» (…) Pochi giorni dopo fu licenziata dal Presidente, che si dice sia stato influenzato dalla reazione, del tutto irrazionale, della signora Bhutto all’Indice.La Bhutto perse le successive elezioni. La nuova sezione nazionale pakistana di TI controlla la concessione delle commesse pubbliche e collabora in piena indipendenza con il nuovo governo per ridurre i livelli di corruzione che hanno afflitto il Pakistan”.

L’Indice della Corruzione (che, significativamente, non si basa su dati concreti, ma sulla “percezione” soggettiva dei suoi autori) è compilato annualmente dal conte Johann Lambsdorf, parente del più famoso Otto Lambsdorf che è presidente della sezione europea della Commissione Trilaterale. Lambsdorf senior, che è anche padre storico del partito liberale tedesco FDP, ininterrottamente al governo da cinquant’anni, dovette dimettersi da ministro per una storia di… corruzione! Lambsdorf junior, invece, è “solo” implicato nel caso Schneider, il grande bancarottiere immobiliare accusato di frode finanziaria.

Ciò non impedisce alla banda Lambsdorf di pubblicizzare, nell’Indice 1997, la “percezione” che l’Italia sia alla testa dei paesi industrializzati “esportatori” di corruzione, e cioè di bustarelle nel terzo mondo. Vedremo più avanti come questo rientri nella prossima fase dei piani di TI contro le nazioni industrializzate.

In cima alla lista delle nazioni più corrotte del 1997 c’è la Nigeria.


I casi del Kenia e dell’Argentina

Dopo che il sanguinario trio Kabila-Museveni-Kagame ha rovesciato il “corrotto” Mobutu e fatto “pulizia” etnica in Africa centrale, i prossimi obiettivi dei “puri” del Commonwealth sono la Nigeria, il Sudan e il Kenya. Per il Sudan, già isolato politicamente, si sta preparando un’offensiva militare su tre fronti. Il Kenya è già nel mezzo della bufera di “Mani Pulite International”.

Il 31 luglio 1997, lo stesso giorno in cui TI pubblicava l’Indice della Corruzione Percepita, il Fondo Monetario Internazionale ritirava un credito già concesso al Kenya, con la motivazione che quel governo non avrebbe i requisiti di “buon governo” e avrebbe mancato di garantire la trasparenza e l’affidabilità”. Si trattava di una violazione della sovranità nazionale senza precedenti nella storia.

La nuova linea del FMI è stata formalizzata in un documento intitolato “Il ruolo del FMI in temi di Governance”, che stabilisce il diritto del FMI di interferire direttamente negli affari interni di una nazione. La parola Governance dovrebbe significare, secondo la Banca Mondiale, “l’azione di governo o il modo di governare”, o “il modo in cui viene esercitato il potere nell’amministrazione delle risorse economiche e sociali di un paese”. Potremmo tradurre la parola con “buon governo”, ma poiché essa ha un contenuto eversivo, preferiamo lasciarla in inglese, tanto più che presto risuonerà, nell’originale, sulla bocca e negli editoriali degli illuminati esponenti della “società civile”.

Commentando la decisione presa contro il Kenya, un portavoce del FMI spiegò che il paese “non soddisfava i requisiti chiaramente richiesti dal FMI (…) nell’area del Governance”. La decisione del FMI rafforzò l’opposizione interna al Presidente Arap Moi mentre lo scellino keniano precipitava, gli investitori esteri fuggivano e si profilava lo spettro della bancarotta nazionale. Richard Leakey, uno dei leader dell’opposizione nonché membro del WWF del principe Filippo, dichiarò: “Sono molto lieto che il FMI abbia finalmente riconosciuto il problema enorme di Governance in questo paese. È da tempo che chiedevamo al FMI di adottare queste misure”. Leakey parlò quindi di “rivoluzione”, dopo di che scoppiarono scontri armate.

Invano, il segretario generale del governo, Fares Kuindwa, protestò che il Presidente Moi aveva ricevuto l’ultimatum del FMI solo il 29 luglio e “ci dissero che avremmo dovuto rispondere entro il 30 luglio. Per una nazione sovrana, i tempi sono piuttosto sospetti (…) i temi sollevati sono al 90% politici”. Ora il FMI sta dettando, uno per uno, tutte le “riforme” politiche che il Kenya deve adottare per evitare lo strangolamento.

Forse per evitare la sorte toccata al Kenya, il governo argentino non ha aspettato che il FMI dettasse le condizioni di Governance per scucire un prestito triennale, e si è offerto volontariamente di inserire nell’accordo una clausola in cui si impegna ad una riforma del sistema giudiziario.


Trasparency in Italia

Ufficialmente, TI è stata fondata in Italia il 20 gennaio 1997, presso la Camera di Commercio di Milano. Apparentemente, quindi, essa segue, e non precede il ciclone Mani Pulite. In realtà, una volta fondata ufficialmente TI, tutti i pezzi del mosaico finiscono al posto giusto. Non a caso, le star del congresso di fondazione erano Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo, due “eroi” del Pool Mani Pulite. Presidente di TI Italia è Maria Teresa Brassiolo, consigliere della Lega Nord al Comune di Milano. Presidente onorario è Piero Bassetti, membro della Commissione Trilaterale e precursore della decentralizzazione negli anni ’70. Altri rappresentanti di TI sono Ernesto Savona, docente a Trento e iniziatore di “Trans-crime”, un’organizzazione che considera i governi nazionali un ostacolo alla lotta internazionale alla criminalità, e il professor Giovanni Terzuolo, un giudice di Pace e titolare della cattedra di Diritto e Etica all’Università di Milano.

Sia Colombo che Savona sono stati relatori a una recente conferenza internazionale di TI tenutasi a Lima. Secondo Edoardo Panizza, animatore di un’iniziativa di massa di TI chiamata “Isole d’Integrità”, Colombo e Davigo sono gli autori del “codice deontologico” poi adottato da TI a livello internazionale. Alla conferenza di fondazione di TI, Colombo e Davigo erano i principali relatori.

La presenza della Lega negli organi direttivi e nella macchina organizzativa di TI è dominante. Panizza, ad esempio, è consigliere della Lega Nord a Saronno.

Per chiarire che non si tratta di leghisti “perbene” che magari non vogliono la secessione chiesta da Bossi, uno di essi ha dichiarato ad un intervistatore che loro discutono, si, di secessione, ma evitano di farlo all’interno di TI. I leghisti di TI affermano con fierezza che Colombo e Davigo sono stati i “capostipite” di Transparency. Ben prima che TI venisse fondata in Italia, gli eroi del Pool erano in contatto con Peter Eigen. “Davigo e Colombo non sono iscritti in Italia”, ha dichiarato Maria Teresa Brassiolo in un’intervista a Il Giornale il 21 aprile 1997, “ricevono direttamente tutta la documentazione da Berlino”.

Nella stessa intervista, Brassiolo ammonisce che “laddove c’è la corruzione arriva poi sempre la guerra civile e la povertà”. Sembra essere il programma di TI. Brassiolo poi propone l’uso del bisturi nei confronti dei criminali: “Prima di ammazzarli basterebbe magari operarli o dare loro delle medicine… del resto, se uno ha l’appendicite, lo operano d’appendicite”.

Queste affermazioni parlano da sé. Del resto, da un seguace di Bossi non c’è da aspettarsi molto di meglio. Eppure, esse provengono dal rappresentante ufficiale in Italia di un’organizzazione che si comporta già di fatto come il ministero della giustizia mondiale, aspirando a diventarlo de jure.


I piani per il futuro

In un futuro non troppo lontano, qualsiasi imprenditore, se vorrà lavorare, dovrà farsi rilasciare un certificato “anti-corruzione” dalla Banca Mondiale. Questo significa che le imprese che volessero investire in paesi in via di sviluppo, o nel Mezzogiorno (aree a “rischio” di corruzione), faticheranno non poco per ottenere il certificato. Qualora volessero procedere con gli investimenti senza il lasciapassare della Banca Mondiale, si ritroveranno sulla lista nera di Mani Pulite, con le conseguenze immaginabili.

Questo è il progetto a cui sta lavorando TI Italia, assieme ad uno analogo che sta per essere realizzato in Germania. Qui, TI è riuscita a introdurre un progetto di legge al Parlamento per rendere perseguibili penalmente le imprese che pagano bustarelle ai funzionari di paesi terzi. Lungi dal rappresentare una sfida alla corruzione, questa legge aprirebbe le porte ad una operazione Mani Pulite in Germania, che demolirebbe il settore delle esportazioni industriali.

Intanto, TI Italia sta infiltrandosi lentamente nelle scuole. Il ministero dell’Istruzione presieduto da Luigi Berlinguer ha patrocinato dei corsi di indottrinamento di TI nei confronti degli insegnanti di scuola media superiore, che partiranno a Milano all’inizio di novembre. Agli insegnanti che aderiranno ai corsi il ministero aumenterà il punteggio in graduatoria.

Un’altra operazione di TI Italia mira a impadronirsi del settore bancario. A tal scopo sono in corso trattative con enti privati che sono stati incaricati dal governo di una certa sorveglianza bancaria. Agli incontri hanno partecipato anche alti funzionari della Guardia di Finanza.

È interessante notare che tra i volumi suggeriti da TI Italia c’è un testo di economia di Sergio Ricossa, uno dei due membri italiani della Società Mont Pelerin.

In una recente riunione in Francia, la Mont Pelerin ha apertamente ammesso che lo stato nazionale è di ostacolo alla realizzazione del “libero mercato” .


ComeTransparency ha distrutto un ponte di sviluppo tra Italia e Africa

L’Italia fece suonare il campanello d’allarme alla Banca Mondiale nel 1988, quando fondò una “Authority Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD)” che comprendeva Gibuti, Etiopia, Kenya, Sudan, Somalia e Uganda. Obiettivo dell’IGAD era “combattere la siccità e la desertificazione”, con ambiziosi progetti infrastrutturali come Transaqua, riprodotto a pag. 27. La nascita dell’IGAD era il culmine di un’offensiva italiana partita nel 1985, quando un comunicato dell’OCSE riconosceva all’Italia l'”oscar” della generosità, con la destinazione del 0,40% del PIL allo sviluppo africano. Si trattava di cifre dopotutto modeste, che non raggiungevano i 4000 miliardi all’anno, ma erano destinate a finanziare progetti che poi avrebbero attirato altri investimenti e, soprattutto, facevano dell’Italia l’unico paese occidentale ad avere qualche tipo di strategia per sviluppare il continente africano.

Esemplare è il caso dello sviluppo del Tana-Beles, in Etiopia, un ambizioso piano di sviluppo di una regione fertile su cui trapiantare parte della popolazione etiopica che viveva nelle province di Wollo e Tigrai, colpite dalla siccità. Naturalmente il regime etiopico vedeva nel progetto anche una convenienza politica, per dividere popolazioni in cui era radicata la guerriglia nazionalista. Resta però il fatto che il progetto italiano, costruendo una città-capoluogo, cento villaggi, 300 km di strade, 300 di acquedotti, un centinaio di ponti, un ospedale centrale con rete di ambulatori, un canale in parte in galleria, un aeroporto, una centrale idroelettrica e la messa a coltura di 190 mila ettari di terre incolte rappresentava una vera emancipazione per quel popolo.

Quando l’Italia lanciò la nuova “authority” per lo sviluppo, che avrebbe integrato i vari progetti in un piano complessivo che avrebbe cambiato il volto della regione, la macchina bellica del Commonwealth si mise in moto. Sul campo, le nazioni che avevano aderito al progetto furono tutte destabilizzate, alcune addirittura cancellate (è il caso della Somalia). In Etiopia fu scatenata la guerriglia che impedì il compimento del progetto di Tana Beles e portò al potere i due “gemelli” Afewerki e Zenawi, che si spartirono il paese. I due poi spalleggeranno il terzetto diabolico Museveni-Kagame-Kabila nella conquista dello Zaire-Congo. In Italia, il ciclone Mani Pulite spazzò via l’intera classe politica, azzerando completamente la presenza italiana in Africa. Alla fine di questo processo, l’alleanza per lo sviluppo promossa dall’Italia si è trasformata esattamente nel suo opposto.

Senza esagerare l’importanza dell’iniziativa italiana, si può affermare tranquillamente che se l'”Authority” lanciata nel 1985 si fosse sviluppata secondo i piani, non solo sarebbe cambiato il volto di un’intera regione del continente africano, ma sarebbe stato stabilito un precedente. Non si tratta di vedere la cosa in termini geopolitici, e cioè di espansione di un'”area d’influenza” italiana (e quindi di conflitti immancabilmente generati con altre potenze), ma nella prospettiva che si sarebbe imposto un modello di sviluppo basato sull’industrializzazione e sulla sovranità nazionale dei paesi coinvolti, mirante a instaurare collegamenti trans-africani e a inverdire il deserto. È ovvio che un successo di questo modello avrebbe dimostrato la possibilità di far finalmente decollare l’economia del continente e spinto le altre nazioni africane nella stessa direzione.

Per capire meglio il significato di ciò, basta dire che la Banca Mondiale ostacolava sistematicamente ogni progetto, anche quelle poche infrastrutture che l’Italia veniva costruendo in Somalia, come la strada Garoe-Bosaso, la quale doveva collegare l’entroterra più arido del paese con il porto di Bosaso, che nel progetto doveva venire riabilitato. In particolare, la Banca Mondiale contrastava l’idea di “inverdire il deserto”, progetto che avrebbe necessitato grandi investimenti in tecnologia avanzata, tra cui impianti di dissalazione e di energia nucleare, promuovendo invece la cosiddetta “tecnologia appropriata”. Dopo aver sabotato lo sviluppo del Sahel, all’inizio degli anni ’90, la Banca Mondiale annunciò l’abbandono degli interventi a nord della linea N’Djamena-Saint Louis du Senegal, dove la pluviometria annuale non arriva a 300-350 mm. Giustamente, gli esperti hanno notato che questa decisione provocherà entro una decina d’anni un nuovo grave esodo di popolazioni e un’avanzata dell’aridità irreversibile per parecchie centinaia di chilometri verso sud, cioè verso le zone ancora fertili e vivibili.


La Banca Mondiale dietro il disastro speculativo in Albania

La Banca Mondiale, organismo che ha partorito Transparency International, è guidata da James Wolfensohn, un ex militare dei corpi speciali australiani. Nel maggio 1995, poco prima di assumere la presidenza della Banca Mondiale, Wolfensohn fu fatto cavaliere dell’Impero Britannico, per il suo “contributo alle arti in generale e, in particolare, agli scambi artistici tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna”. In altre parole, per aver rafforzato il controllo culturale britannico sulla ex colonia.

Wolfensohn, che al vertice di settembre a Hong Kong ha annunciato con toni minacciosi la nuova politica ‘anti-corruzione’ della Banca Mondiale (“Se ci sarà anche un solo elemento inquinante, i progetti saranno tagliati, i funzionari finiranno nella nostra lista nera e sarà meglio che si rivolgano altrove”), è un prodotto della più corrotta oligarchia finanziaria, quella che ha costruito la bolla speculativa globale, iniziata con il mercato dell’Eurodollaro e sfociata nella odierna pazzia dei derivati. Nel libro Singular voices, Wolfensohn racconta: “In un certo senso io fui uno dei padri fondatori del mercato dell’Eurodollaro e dei mercati internazionali (…) A quel tempo, eravamo un gruppetto di venti-trenta persone (…) come Jacob Rothschild, Stanislas Yassukovich, Minos Zombanakis (…) Inventavamo lungo il percorso, perché non c’erano precedenti per gli Eurobonds (…) Non esisteva nessuno di questi strumenti internazionali, che contribuimmo a creare e sviluppare”.

Non meraviglia, quindi, che la Banca Mondiale sia coinvolta attivamente in uno dei più grandi scandali recenti, quello delle piramidi finanziarie albanesi. Lo scandalo è stato tenuto ben nascosto, ma la verità è emersa ad una conferenza tenutasi il 18-19 luglio a Bologna, organizzata dal Centro per gli Studi Centro Europei e Balcanici e dal CeSPI. Alla conferenza, secondo il bollettino Europe and the Balkans, “Sono stati sollevati interrogativi sull’azione della Banca Mondiale, particolarmente in rapporto al ritardo nel mettere in guardia il governo Berisha sui rischi connessi alle strutture piramidali, poiché [la Banca Mondiale] temeva una crisi inflattiva nel paese, mentre gli schemi piramidali erano considerati un drenaggio della moneta circolante in un paese afflitto dalla scarsità di prodotti locali” (enfasi nostra).

Si tratta di rivelazioni scioccanti, che giustificano l’apertura di un’inchiesta parlamentare in Italia, dato che noi siamo investiti completamente dalla crisi albanese.

Non sbigottisce meno sapere che il sanguinario dittatore del nuovo Congo, Laurent Kabila, ha ricevuto un’iniezione di fiducia dalla Banca Mondiale immediatamente dopo il suo insediamento a Kinshasa. Il 25 giugno una delegazione della Banca Mondiale ha terminato una visita nello Zaire-Congo definita “molto riuscita”. Al termine degli incontri, il capo delegazione Callisto Madavo, vicepresidente della BM per l’Africa, ha annunciato la convocazione di una conferenza di paesi donatori per “aiutare il nuovo Congo”. La Banca Mondiale ha annunciato anche la riapertura dell’ufficio di Kinshasa, che aveva chiuso nel 1993 (seguita dal FMI).


Il golpe di Mani Pulite in Papua Nuova Guinea

Nel 1994 Julius Chan fu rieletto primo ministro della Papua Nuova Guinea (PNG), un paese del Commonwealth. PNG è una nazione povera, con poche infrastrutture e un’agricoltura di sussistenza. L’unica ricchezza del paese era rappresentata dalla miniera di rame di Panguna, di proprietà congiunta del governo e della multinazionale Rio Tinto Zinc. La miniera, la più grande del mondo a cielo aperto, è però chiusa da quando, nel 1989, scoppiò l’insurrezione separatista della provincia di Bouganville, dove si trova Panguna. La miniera forniva il 40% delle entrate statali.

Chan era uno dei migliori prodotti dell’amministrazione coloniale britannica. Un passato nel FMI, nella Banca Mondiale e nell’Asian Development Fund, fu fatto Comandante dell’Impero Britannico nel 1975 e cooptato nel potentissimo Privy Council nel 1981, anno in cui divenne premier.

Ma, come molti connazionali, Chan sviluppò uno spirito nazionale. Nel 1996, quando la Banca Mondiale chiese tagli feroci all’amministrazione pubblica, il congelamento dei salari, la liberalizzazione dei prezzi sui generi alimentari, l’eliminazione dei controlli sugli investimenti stranieri e la svendita (“privatizzazione”) delle ricchezze minerarie della nazione, Chan reagì. Accusando la Banca Mondiale di aver “distrutto molti paesi”, Chan cacciò il suo petulante inviato da PNG.

In seguito, Chan fu costretto a capitolare ad alcune richieste, dietro la minaccia del ritiro di 340 milioni di dollari di aiuti internazionali. Tra queste, la richiesta di privatizzare il 49% della Mining Resources Development Company, la holding statale che controllava sei grandi miniere di rame e che, dopo la chiusura di Panguna, costituiva il nerbo dell’economia nazionale. Contemporaneamente, però, Chan pianificava di addestrare e riarmare le forze armate, schiacciare una volta per tutte l’insurrezione di Bouganville, riaprire la miniera di Panguna, acquistarne la parte posseduta dalla Rio Tinto e incanalare i proventi nella ricostruzione economica del paese.

Ma alla messa in atto del piano, tutti gli alleati di PNG, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda, si rifiutarono di addestrare l’esercito, obbedendo alla linea di FMI e Banca Mondiale, secondo cui le spese militari vanno tagliate. Messo alle strette, Chan decise una soluzione “privata” e si rivolse alla succursale dei Corps of Commissionaires (Una delle grandi imprese di sicurezza private direttamente comandata dalla Corona inglese, come documentano Solidarietà ed EIR). Il capo dell’esercito di PNG, il generale Jerry Singirok, sostenne caldamente il progetto e suggerì, dati gli impedimenti di bilancio, di ottenere un finanziamento “discreto” dalla Rio Tinto. Per la soluzione finale, ai Corps fu preferita Sandline International, una succursale di Executive Outcomes, un’altra organizzazione “privata” di mercenari di Sua Maestà. A sua volta, Sandline appaltò parte del programma ad un’altra filiazione dei corpi speciali britannici, DSL.

Una volta sbarcati nel paese i mercenari, scattò la trappola. I media australiani della catena Murdoch pubblicarono titoli sugli “squadroni della morte” di PNG, ma soprattutto puntarono il dito sull’aspetto “corrotto” dell’accordo. Il governo australiano, sull’onda della campagna di stampa, minacciò di ritirare 240 milioni di dollari di aiuti promessi. Infine, la Australian Financial Review, di proprietà del canadese Conrad Black, spifferò la verità: “Il governo di Papua Nuova Guinea gioca con l’idea di seppellire la razionalità sotto un muro di nazionalismo economico”.

Infine, il 17 marzo, il generale Singirok, lo stesso che aveva attirato Chan nella trappola della soluzione militare “privata”, getta la maschera e intima a Chan di dimettersi, affermando di aver scoperto la “corruzione” ai massimi livelli del governo. Le truppe di Singirok circondano il parlamento e per una decina di giorni il paese rischia di cadere nell’anarchia. Chan alfine accetta di dimettersi, attendendo i risultati di un’inchiesta sul contratto con Sandline. L’inchiesta, condotta da un magistrato australiano, giudicherà poi Chan innocente, ma il danno è fatto. Alle elezioni, Chan perde persino il seggio parlamentare, per 110 voti.

La campagna per mobilitare l’opinione pubblica contro la “corruzione” di Chan e dei suoi ministri fu condotta da Transparency International, il cui presidente in PNG è sir Anthony Siaguru, ex vicesegretario generale del Commonwealth. Siaguru ha rivelato ad un giornale australiano di essere stato reclutato da Jeremy Pope, un suo ex sottoposto al Commonwealth, che è attualmente amministratore di Transparency. Sir Anthony è membro di un esclusivo studio legale, Blake Dawson Waldron, che cura gli affari di un numero di importanti multinazionali in PNG. Si tratta delle stesse multinazionali che hanno finanziato l’espansione di TI in PNG.

In un’intervista alla radio australiana il 2 aprile 1997, Siaguru racconta che tra gli “imprenditori privati” si aveva la sensazione di “una mancanza di trasparenza e affidabilità da parte dei funzionari pubblici”. Quindi, si decise di “invitare TI ad aprire una sezione in PNG. Due istituzioni, l’Istituto di Affari Nazionali e il Business Council, organizzarono un seminario, in cui fu presa la decisione di stabilire un Codice di comportamento e di aprire una sezione di Transparency”. Il Business Council è un paravento per Rio Tinto e Broken Hill Proprietary Co. Ltd (BHP), rispettivamente la seconda e la terza compagnia mineraria nel mondo. A sua volta, il Business Council finanzia l’Istituto di Affari Nazionali.


I grandi inquisitori di Transparency

Attualmente, TI ha uffici in oltre 60 nazioni e denuncia circa 70.000 tesserati. Tra i membri del consiglio d’amministrazione troviamo alcune “perle”:Peter Berry, direttore della “Crown Agents” l’odierna struttura amministrativa dell’impero del Commonwealth. A sua volta, TI è tra i membri istituzionali della Fondazione Crown Agents. John Brademas, presidente del National Endowment for Democracy. Luis Moreno Ocampo, ex procuratore argentino che partecipò al processo contro la giunta militare nel 1985. Cofondatore di “Poder Ciudadano” (Potere ai cittadini), un’organizzazione non governativa, Ocampo è noto come il “Di Pietro argentino”. Egli è una figura chiave per la destabilizzazione pianificata da TI in America Latina, specializzato nell’attacco alle Forze Armate come baluardo della sovranità nazionale. Nestor Humberto Martinez Neira, ministro della Giustizia della Colombia.

Tra i fondatori (e finanziatori) dei crociati contro la corruzione abbondano, tra gli altri, le imprese e le fondazioni di Sua Maestà Elisabetta II: Crown Agents, British Overseas Development Administration (l’ex ministero delle Colonie), BHP Minerals of Australia, Coopers & Lybrand, Rio Tinto, Tate & Lyle, Nuffield Foundation, Rownee Trust.


Quelli della Mont Pelerin scoprono le carte

La società Mont Pelerin, gruppo fondato da Friedrich von Hayek nel 1947 che distilla il “verbo” liberista e lo diffonde in tutto il mondo (membri italiani sono l’ex ministro Antonio Martino e l’economista Sergio Ricossa), ha finalmente ammesso che l’assalto allo stato sociale nasconde in realtà un assalto allo stato in quanto tale.

Nelle conferenze della Mont Pelerin a Aix-en-Provence (1-5 settembre) e Barcellona (6 settembre), si è discusso proprio come superare lo stato nazionale e il concetto di democrazia per poter smantellare lo stato sociale. Secondo gli intervenuti, lo stato nazionale reca con sé un forte legame emotivo tra cittadini e governo e perciò tende a rafforzare le istituzioni dello “stato sociale”. Occorre sostituirlo con “entità” sovranazionali di varia natura, che non comportino legami emotivi. Il problema della democrazia, come ha sottolineato il noto guru liberista Milton Friedman in una recente pubblicazione della Mont Pelerin, è che essa è un “sistema autodistruttivo” in quanto distrugge necessariamente il “mercato”.

Una “soluzione” a questi dilemmi viene promossa dall’ideologo della Mont Pelerin Hans-Helmut Hoeppe, dell’Università del Nevada. Hoeppe non esclude la necessità ultima dell’autoritarismo come unico mezzo per porre fine allo stato sociale, ma pone un'”alternativa” a questo sbocco draconiano: una politica radicale di “decentralizzazione” e “privatizzazione” di quasi tutte le istituzioni, comprese polizia, magistratura e forze armate. Hoeppe collabora strettamente con il Ludwig von Mises Institute, un pensatoio “libertario” americano.

Alla riunione di Aix-en-Provence era presente tra gli altri Michael Novak, famoso perché caposcuola di quanti tentano di conciliare il cattolicesimo con il liberismo.

MoviSol


I canali dei social media stanno limitando la portata di Megachiroptera: Twitter, Facebook ed altri social di area Zuckerberg hanno creato una sorta di vuoto cosmico intorno alla pagina ed al profilo mostrando gli aggiornamenti con ritardi di ore.

Megachiroptera non riceve soldi da nessuno e non fa pubblicità per cui non ci sono entrate monetarie di nessun tipo. Il lavoro di Megachiroptera è sorretto solo dalla passione e dall’intento di dare un indirizzo in mezzo a questo mare di disinformazione.

Questo profilo è stato realizzato per passione e non ho nessun particolare motivo per difendere l’una o l’altra teoria, se non un irrinunciabile ingenuo imbarazzante amore per la verità.

Non ci sono complotti

ci sono persone e fatti

DOCUMENTATI


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: