Eppure crescono!

Pubblicato da Donato Barone il Gen 19, 2021
Lo scorso mese di luglio ho commentato, qui su CM, un interessante articolo (Masselink et al., 2020), in cui venivano illustrati i risultati di un’indagine sperimentale relativa all’evoluzione degli atolli corallini. Gli autori avevano costruito un modello fisico di un atollo e ne avevano seguito l’evoluzione all’interno di una vasca che simulava il comportamento dell’oceano: variazione del livello del mare, variazione del moto ondoso e così via. L’esperimento ha dimostrato che gli atolli modificavano il loro profilo e, quindi, non venivano sommersi dal mare. Un modello matematico riusciva a simulare il comportamento del modello fisico, per cui una volta tanto, abbiamo potuto vedere un modello matematico che viene validato da un modello fisico.

Lo scorso mese di novembre è stato pubblicato su Geophysical Research Letters l’articolo  a firma di M. R. Ford, P. S. Kench, S. D. Owen & Q. Hua (da ora Ford et al., 2020):

Active Sediment Generation on Coral Reef Flats Contributes to Recent Reef Island Expansion

Il paper è a pagamento, per cui non ho avuto modo di leggerlo. Mi sono dovuto accontentare dell’abstract, del comunicato stampa dell’Università di Auckland, cui è affiliato il primo firmatario di questo studio, dei materiali supplementari accessibili liberamente e di diversi commenti che sono riuscito a trovare in rete.

Degno di nota, secondo il mio modesto parere, il fatto che la seconda firma di Ford et al., 2020 sia uno degli autori della ricerca di cui mi occupai a luglio (Masselink et al., 2020): significa che lo studio pubblicato da Ford e colleghi, si inquadra in un filone di ricerca unitario, articolato in ricerca teorica (matematica e fisica), verifica sperimentale in laboratorio dei modelli matematici elaborati teoricamente e, per finire, verifica delle conclusioni teoriche e sperimentali, mediante il confronto con la reale evoluzione delle isole coralline. Chapeau!

Con questa ricerca quindi gli scienziati hanno potuto verificare che il meccanismo studiato da Masselink et al., 2020, funziona non solo nella vasca per le simulazioni idrodinamiche, ma anche nella realtà.

Ford et al., 2020 ha studiato, infatti, il caso dell’isola di Jeh, un atollo esteso poco più di due chilometri quadrati che fa parte dello stato insulare delle Isole Marshall, ubicato nell’Oceano Pacifico a circa metà strada tra l’Australia e le isole Hawaii.  I ricercatori, sulla base di immagini aeree e satellitari, hanno potuto accertare che l’isola di Jeh ha aumentato le sue dimensioni del 13% circa, nel periodo che va dal 1943 ai giorni nostri.

Nell’immagine che segue, tratta dai materiali supplementari di Ford et al., 2020, si vede chiaramente la parte di isola che si è formata nel periodo indagato: in rosso è riportato il profilo costiero risalente al 1943. Nella parte meridionale dell’isola di Jeh diversi degli isolotti esistenti nel 1943, oggi sono uniti, dando luogo ad una stretta lingua di terra. Nell’inserto in basso a sinistra si può apprezzare meglio l’evoluzione del profilo costiero meridionale dell’isola. Anche nella parte settentrionale si è avuto, però, un vistoso cambiamento dell’andamento della costa in conseguenza della fusione tra due isole.

In Masselink et al., 2020 veniva descritto con dovizia di particolari il processo che consentiva alle isole coralline di crescere, in modo tale da seguire l’aumento del livello del mare: era il materiale che costituiva la piattaforma corallina su cui poggiava l’isola che veniva dislocato ed andava ad accumularsi sulle spiagge modificandone il profilo e consentendo all’isola di non essere inghiottita dal mare. Forti di questa esperienza, Ford e colleghi hanno cercato di capire qual era la provenienza dei materiali che hanno accresciuto le dimensioni dell’isola di Jeh.

Sulla base di altri studi condotti in passato, si è visto che le isole coralline sono formate da materiale relativamente giovane: nella stragrande maggioranza dei casi ha meno di 5000 anni. Essendo le isole coralline costituite quasi esclusivamente di detriti costituiti dagli esoscheletri di coralli e molluschi che popolano la barriera corallina, per stabilire l’età dei sedimenti che costituiscono gli atolli, basta determinare l’età dei foraminiferi e degli altri organismi i cui gusci sono contenuti nel terreno costituente le isole. Nel caso dell’isola di Jeh i ricercatori hanno utilizzato la tecnica del radiocarbonio, per accertare l’età dei sedimenti che si erano accumulati, dopo il 1943, nelle aree dell’isola di nuova formazione. I risultati delle indagini hanno consentito di appurare che i sedimenti accumulati in queste aree, sono molto giovani: si sono formati nel periodo compreso tra gli anni cinquanta del secolo scorso ed i giorni nostri, si tratta, cioè, di materiale moderno.

Da quanto mi è parso di capire, pertanto, i meccanismi di formazione e di sostentamento delle isole coralline, sono basati sull’esistenza di sedimenti, costituiti da materiale organogeno, originato dai processi vitali che si svolgono sulla barriera corallina. Risulta evidente, da quanto dichiara M. Ford nel comunicato stampa dell’Università di Auckland che, fino a quando esiste la possibilità di mobilizzare i sedimenti della barriera corallina, gli atolli cambieranno il loro profilo, per reagire all’innalzamento del livello del mare. Il processo di modifica del profilo costiero ed altimetrico delle isole coralline, si arresterà, nel momento in cui la barriera corallina smetterà di produrre materiale sedimentario da dislocare. Per usare le parole di M. Ford, la barriera corallina è la sala macchine che consente agli atolli di resistere all’innalzamento del livello del mare. Appare ovvio, quindi, che tutto il meccanismo potrà funzionare nel migliore dei modi ad una condizione: che la barriera corallina goda buona salute.

Possiamo, quindi, sperare che gli stati insulari non sono destinati a sparire nei prossimi decenni, come suggerisce la narrativa corrente. Durante le lunghe ore passate a seguire le COP degli ultimi anni, il tema di discussione più ricorrente, è stato quello della sorte degli stati insulari. Tuvalu, Kiribati e via cantando, sono sempre stati additati come le vittime predestinate ed incolpevoli del cambiamento climatico di origine antropica. Le iniziative destinate a contenere l’innalzamento delle temperature globali, gli obiettivi ambiziosi da raggiungere, avevano, tra l’altro, anche lo scopo di evitare la sommersione degli atolli corallini che avrebbe generato centinaia di migliaia di “profughi climatici”. Ford et al., 2020 ridimensiona notevolmente queste paure e, in un certo qual modo, spunta una delle armi più care agli attivisti climatici di mezzo mondo.

Con ciò non voglio assolutamente dire che gli stati insulari non corrano più alcun pericolo, lungi da me. Voglio solo mettere in evidenza che i primi seri studi condotti su questi temi, dimostrano che esiste una resilienza interna al sistema mare-isole coralline-barriera corallina che contrasta i danni conseguenti all’aumento del livello del mare. Anche nell’ipotesi peggiore, abbiamo più tempo per prendere i necessari provvedimenti e, soprattutto, conoscendo i meccanismi che guidano l’evoluzione delle isole coralline, individuare le migliori strategie per salvaguardarle.

I risultati di Ford et al., 2020 rappresentano, in buona sostanza un’ottima notizia. Non per tutti, però.

Diverse volte ho affrontato su queste pagine il tema della cattiva comunicazione che accompagna il dibattito climatico. Ora vi fornirò, un altro caso di studio su cui riflettere. Premesso che questa notizia non è stata oggetto di molti rilanci, vediamo come è stata affrontata e commentata da una delle roccaforti della linea di pensiero principale (unico?) in campo climatico. Mi riferisco alla CNN che ha dedicato all’articolo un lungo servizio. Un passaggio sul sito dell’emittente vale la pena di farlo, non foss’altro per gustare una splendida immagine che mostra l’evoluzione dell’isola di Jeh nell’ultimo secolo.

Vediamo, però, come l’autrice affronta la questione. Il fenomeno scoperto da Ford e colleghi è “sconcertante” per la giornalista. Nonostante lo sconcerto, ella riesce a fornirci un resoconto abbastanza preciso dei risultati della ricerca e, successivamente, parte il fuoco di fila dell’artiglieria pesante.  E’ vero che Ford e colleghi hanno dimostrato l’esistenza di un meccanismo di autosostentamento delle isole coralline, in grado di contrastare l’innalzamento del livello del mare ed è anche vero che sono sempre più numerosi gli studi che dimostrano che le isole coralline tendono a crescere e non a diminuire la loro superficie, ma …., c’è un ma. L’US Geological Survey del 2018 sostiene che le isole del Pacifico saranno inabitabili nel giro dei prossimi 50 anni ed il presidente della Banca asiatica di sviluppo Takehiko Nakao ha dichiarato che

per gli stati insulari, il cambiamento climatico non è una minaccia lontana che riguarda le generazioni future, ma un’emergenza immediata, con tempeste tropicali e livello del mare in aumento che mettono a dura prova vite umane, mezzi di sussistenza ed infrastrutture.

Da dove lo abbia dedotto questo signore, non è dato sapere: ipse dixit.

Lo studio si, va bene, ma se contraddice il credo, bisogna andarci piano, sembra dirci la giornalista. Soprattutto se qualche altro studio sembra mettere in dubbio i risultati di Ford.

Bisogna subito andare a vedere quest’altro studio. Sulla stessa rivista che ha pubblicato Ford et al., 2020, troviamo una ricerca, praticamente una rianalisi di dati di altre ricerche, condotta nel chiuso di un ufficio di qualche università, che paventa una forte instabilità delle isole coralline. Ipotizzando, infatti un innalzamento del livello del mare di 1,91 metri al 2100 ….. E no! Da dove diavolo hanno preso questo numero i ricercatori, visto che l’IPCC prevede un innalzamento del livello del mare al 2100 di meno di un metro, nell’ipotesi peggiore?

Da qualche modello semi-empirico, ovviamente! Anzi peggio: hanno estrapolato il record geologico degli ultimi 5000 anni al 2100, ipotizzando un tasso di aumento del livello del mare di molto superiore a quello dell’IPCC, accusato di essere troppo prudente nella sua valutazione.

Se avrò tempo e voglia, cercherò di scrivere un commento anche su questa ricerca, ma non ci contate troppo.

Da un lato una ricerca basata su dati reali e su modelli fisico-matematici validati, dall’altra una ricerca basata su ipotesi più o meno verificabili e su numeri piuttosto opinabili, tutta basata su modelli matematici, scenari più o meno catastrofici ed estrapolazioni di dati. Io non ho dubbi su quale delle due scegliere, ma per la giornalista l’una serve a controbilanciare, insieme al rapporto del servizio geologico statunitense, i facili entusiasmi che potrebbe far nascere Ford et al., 2020.

Non finisce qui, però, perché, sostiene un geologo intervistato dalla giornalista, non è detto che le barriere coralline continuino a produrre materiale per rimodellare gli atolli: sostiene, infatti, costui che tra il 70% ed il 90% delle barriere coralline, versa in precarie condizioni di salute a causa del cambiamento climatico, dell’acidificazione degli oceani, dell’innalzamento del livello del mare, dell’aumento della violenza dei fenomeni estremi e così via.

E, dulcis in fundo, il colpo del KO. Sarà pur vero che il dislocamento della sabbia sulle isole le salvaguarderà dalla sommersione, ma come la mettiamo con gli abitanti delle isole, costretti a trasferirsi continuamente da una zona all’altra, per seguire le variazioni della linea di costa e della conformazione altimetrica degli atolli? In nessun punto del lungo articolo della CNN è scritto che Ford et al., 2020, non deve essere preso sul serio, ma da tutto il contesto, questo è il messaggio che trapela.

Qualche giorno fa, conversando con l’amico F. Zavatti, gli ho confidato che, ogni tanto, mi viene il dubbio che il mio scetticismo, riguardo ai cambiamenti climatici di origine esclusivamente antropica, possa deformare la comprensione del mondo che mi circonda, soprattutto alla luce del fatto che tanti altri sostengono tesi opposte alle mie. E sono numerosi ed autorevoli. Poi leggo articoli come quelli della CNN e mi convinco che, guardare il mondo con le lenti dell’ideologia, fornisce un’immagine molto più distorta della realtà e, quindi, mi tranquillizzo.

ClimateMonitor


Qui invece, nell’antro del pipistrello mi convinco una volta di più del fatto che le parole e le idee sono come calamite che si attraggono le une con le altre. È oramai da un po’ di tempo che mi compare l’associazione isole-sabbia nei riferimenti sui cambiamenti climatici aka global warming aka quello-che-vuoi, come la storiella che il riscaldamento climatico farà aumentare il livello dei mari e degli oceani sommergendo e distruggendo per sempre paradisi tropicali, barriere coralline e quant’altro serva a mantenere il video-ascoltatore televisivo nell’ansia più feroce e che si senta colpevolizzato (in quanto umano) del danno che sta infliggendo al pianeta.
Questo serve a giustificare e nascondere pratiche che con la conservazione del territorio e l’ecologismo da scrivania non c’entrano niente. Tutte le economie in via di sviluppo del sud dell’Asia stanno crescendo ad un ritmo vertiginoso e c’è un enorme mercato della sabbia per la costruzione delle loro metropoli.

L’8 Gennaio scorso su La7 è andato in onda questo speciale:

E questo vale anche per i legnami pregiati, i minerali, i metalli e le terre rare. I paesi in via di sviluppo con al traino le “Tigri Asiatiche” devono e vogliono eguagliare il tenore di vita dei paesi industrializzati occidentali. L’aver depredato per secoli le colonie in tutte le parti del mondo e mantenuto queste economie poco sopra la sussistenza, le potenze occidentali hanno mantenuto a lungo uno stile di vita basato sulla predazione delle risorse.
Oggigiorno quasi 8 miliardi di persone vogliono e pretendono di avere le stesse possibilità e semplicemente le risorse non bastano per soddisfare la domanda. Quindi si.. adesso stiamo mangiando il pianeta come i Critters ma chi dovrebbe porsi queste tematiche e coinvolgere la popolazione in una scelta consapevole del proprio futuro semplicemente non lo fa. Troppo impegnato a gestire pandemie e trarre enormi ricavi con vaccini di dubbia efficacia e con l’esplosione delle tecnologie legate al digitale della Sylicon Valley.

Il documentario è visionabile anche su youtube

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