La montagna ha partorito un topolino (climatico)

Pubblicato da Donato Barone il 15 Giugno 2021

Quando J. Biden fu eletto presidente degli Stati Uniti d’America, ebbi a scrivere in un commento che ero molto curioso di vedere come se la sarebbe cavata in campo climatico. Tra tutte le contumelie che venivano rivolte all’ex presidente D. Trump, infatti, vi era anche quella di aver affossato l’Accordo di Parigi del 2015. Con l’avvento del nuovo presidente degli USA le cose si sarebbero aggiustate, si disse, e le sorti magnifiche e progressive della sostenibilità dello sviluppo sarebbero state ripristinate. Alleluia!

Ciò che gli USA (non Biden) saranno capaci di fare in campo climatico, lo vedremo a novembre in quel di Glasgow in occasione della COP 26, ma i primi segnali già si cominciano a delineare. Il presidente Biden in campo internazionale non si sta comportando molto diversamente dal suo predecessore: vede nella Cina il principale antagonista degli USA e cerca di fare il possibile per creare un’alleanza anticinese il più vasta possibile. L’unica differenza rispetto all’operato di Trump sta nel fatto che Biden punta il dito verso il rispetto dei diritti umani, Trump badava più agli aspetti economici, ma la sostanza non cambia: bisogna lottare contro il gigante orientale che minaccia la supremazia geopolitica globale USA.

Da un punto di vista della politica climatica è necessario, però, tenersi buona la Cina: se il dragone si mette di traverso, l’Accordo di Parigi diventa vera e propria carta straccia. Fortunatamente per Biden e per il suo entourage, questo fatto lo hanno ben chiaro i leader dell’UE. Essi giocano a fare i primi della classe, ma sono perfettamente coscienti che se non riescono a tenere dentro la Cina, rischiano di farsi male per davvero. Per questo motivo hanno edulcorato il più possibile il comunicato finale del G7, appena conclusosi in Cornovaglia. Contrariamente alle speranze di Biden, infatti, nel documento finale non vi è alcun impegno vincolante per la difesa dei diritti umani in Cina. Significa che ognuno dei potenti della Terra si regola come meglio gli conviene e ciò ha consentito al nostro Primo Ministro, di affermare che le posizioni di Biden sono le nostre.

Nella dichiarazione finale del G7 è anche scritto che i sette Paesi più ricchi della Terra si impegnano a ridurre le emissioni di gas serra in modo tale che nel 2050 tutti i Paesi partecipanti avranno economie a zero emissioni. Anche qui però di impegni vincolanti non si parla. Per dirla con  le parole degli attivisti verdi, i sette grandi si sono impegnati a “pianificare un piano” di riduzione delle emissioni (to plan to make a plan). Si aspettavano, i poveretti, un calendario in cui venissero anticipati gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, manifestamente insufficienti, per consenso unanime, a raggiungere l’obiettivo di contenere l’incremento delle temperature entro 1.5°C rispetto al periodo pre-industriale. Inoltre, cosa ancora più importante, impegni vincolanti a mettere mano al portafogli, per trasferire quei benedetti 100 miliardi di dollari annui ai Paesi in via di sviluppo, concordati nell’ormai mitica COP di Copenaghen.

Solo vane speranze perché di soldi e di impegni vincolanti i partecipanti al G7 non ne hanno neanche parlato.

Ciò ha, di fatto, decretato il fallimento del vertice sotto tutti i punti di vista: ambientali, diritti umani e geopolitici. Lo dicono non solo tutti gli attivisti ambientali e dei diritti umani, ma anche gli avversari politici interni di B. Johnson che è stato costretto a difendersi nella conferenza stampa finale. Come ciliegina sulla torta (si fa per dire) bisogna registrare anche il mancato raggiungimento dell’obiettivo cardine di questo summit: la fornitura di undici miliardi di dosi di vaccini anti COVID ai Paesi a basso reddito, come richiesto dall’OMS. I grandi della Terra hanno ripiegato su un più modesto 1(uno) miliardo di dosi (solo 10 miliardi in meno, ma cosa volete che siano). Della sospensione dei brevetti che tanto stava a cuore alle associazioni come Oxfam, per esempio, infine non si fa proprio cenno nelle conclusioni finali.

Tutto questo non è farina del mio sacco, ovviamente, ma è frutto di un paziente lavoro di ricerca nei resoconti delle associazioni ambientaliste e di qualche testata giornalistica straniera come, ad esempio, The Guardian. Su quello che hanno scritto le nostre testate giornalistiche, è meglio stendere il classico velo pietoso.

Concludendo, posso affermare che il cambio al vertice negli USA non ha giovato più di tanto alle politiche climatiche e terzomondiste tanto care al popolo delle COP. Mi sa che a novembre ne vedremo delle belle.

http://www.climatemonitor.it/?p=55194

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