Dossier Carl Schmitt: 1a Parte

Da Hitler a Cheney: l’esecutivo unitario ha bisogno di emergenza e guerra – L’eredità di Carl Schmitt

Tratto da «Cheney’s ‘Schmittlerian’ Drive for Dictatorship» – gennaio 2006 – LaRouchepac

Nove mesi prima dell’attacco terroristico al World Trade Center e al Pentagono, in un discorso pubblico pronunciato a Washington il 3 gennaio 2001, Lyndon LaRouche lanciò un grave monito: l’amministrazione Bush, che si era aggiudicata la presidenza il novembre precedente, avrebbe tentato di imporre un governo da “gestione della crisi”, sul modello di quello instaurato da Hitler nella Germania degli anni Trenta.

LaRouche puntò il dito in particolare contro la nomina di John Ashcroft all’incarico di Attorney General, ministro della Giustizia. Si trattava di una figura di primo piano della Federalist Society e della “rivoluzione conservatrice”, e la sua nomina tradiva di per sé le pessime intenzioni del regime Bush/Cheney. “Innanzitutto, quando Bush ha convocato Ashcroft, per la nomina al Dipartimento di Giustizia”, spiegò allora LaRouche “in pratica chiarì che il Ku Kux Klan era di nuovo alla ribalta … Ashcroft rappresenta un insulto al Congresso. Se i parlamentari capitolano a questa nomina il Congresso è finito”.

Andando al nocciolo della questione LaRouche disse:

E’ tutto molto simile a ciò che accadde in Germania, il 28 febbraio 1933, quando entrarono in vigore i famosi decreti d’emergenza, i Notverordnung. Ricordiamo come subito dopo l’incendio del Reichstag, Göring, che allora era ministerpraesident della Prussia, mise in moto una operazione. Sotto la regia di Carl Schmitt, famoso giurista filonazista, si arrivò all’approvazione dei Notverordnung, i decreti d’emergenza che conferivano allo stato il potere, come specificato dalla dottrina di Schmitt, di stabilire quali erano i nemici nella propria popolazione, e di sbatterli in galera a propria discrezione. E poi di eliminarli. Questa fu la dittatura.

LaRouche ha poi profeticamente aggiunto:

“Stiamo entrando in un periodo in cui o si farà ciò che ho appena indicato per sommi capi, oppure ci troveremo di fronte a qualcosa che non è più un governo, ma qualcosa di simile al regime nazista. Forse sulle prime non apparirà così in superficie, ma avremo un governo che non è in grado di far approvare i suoi programmi dal Congresso. Come fa a governare un governo che, in condizioni di crisi, è incapace di far passare programmi sostanziali in parlamento? Dalla storia ci risulta che lo fa sempre governando con i decreti d’emergenza. Cosi come avvenne dopo l’incendio del Reichstag in Germania.

Finiremo per avere un’amministrazione Bush in preda alla frustrazione, e se sarà determinata a governare in barba all’opposizione, esso finirà per governare con la “gestione della crisi”, cioè per decreti d’emergenza. Una situazione in cui gli specialisti di governi segreti, e le squadre speciali di polizia, allestiranno provocazioni che poi saranno usate per giustificare i poteri dittatoriali, in nome dell’emergenza che occorre affrontare. Si avranno delle piccole guerre innescate in varie parti del mondo, a cui l’Amministrazione Bush risponderà con le provocazioni che servono a giustificare il ricorso ai mezzi d’emergenza”.

LaRouche sottolineò:

“Questo processo dev’essere messo sotto controllo subito, fin quando è ancora possibile. Non siate come quegli stupidi dei tedeschi di allora, che dopo la nomina di Hitler alla Cancelleria, nel gennaio 1933, tornarono a casa dicendo: ‘adesso no, lo sconfiggeremo alle prossime elezioni’. Le prossime elezioni non ci furono più – si gridava solo Jawohl al dittatore, dopo che i decreti d’emergenza del febbraio 1933 ebbero eliminato la prassi politica…”

Ritornando sul tema di Bush e Cheney LaRouche affermò:

“Li conosco proprio bene, perché ho già avuto a che fare con loro. … Se li metti alle strette tirano fuori il coltello. Non combattono politicamente ma accoltellano alla schiena. Usano i loro guappi per farti secco, è il loro metodo, sappiatelo bene”.

LaRouche ha quindi parlato di Antonin Scalia, il giudice della Corte Suprema USA che è il padrino della Federalist Society:

“Date le implicazioni della grave crisi in cui versano gli Stati Uniti oggi, ciò che più conta della dottrina giuridica di Scalia, è che la sua impostazione corrisponde, in ogni aspetto sostanziale, ai dogmi giuridici con cui fu portato Hitler al potere, in un periodo in cui la Germania versava in una crisi finanziaria in qualche modo simile a quella attuale. Scalia esprime gli stessi dogmi romantici della ‘rivoluzione conservatrice’ filofascista di G.W.F. Hegel, Friedrich Nietzsche ed altri, che Scalia ha imitato, attenendosi al modello di Carl Schmitt, il cosidetto ‘Kronjurist’ della Germania Nazista. Schmitt fu l’architetto della dottrina giuridica che conferì ‘definitivamente’ i poteri dittatoriali al regime nazista di Adolf Hitler”.

Questo discorso risale al 3 gennaio 2001. Oggi, cinque anni più tardi, il vice presidente Dick Cheney, che svolge il ruolo di Herman Göring nell’amministrazione Bush, ha fatto esternazioni tali da confermare sfacciatamente tutto ciò che LaRouche disse nel gennaio 2001. Il 20 dicembre, mentre era a bordo dell’Air Force Two alla volta dell’Oman, il vice presidente ha parlato con i giornalisti esibendosi in una difesa a spada tratta il diritto ai poteri assoluti di leadership da parte del potere esecutivo, che Carl Schmitt chiamò del Fürerprinzip. Di fronte alla rivolta crescente nel Congresso, tra i militari, i servizi e l’opinione pubblica contro la svolta autoritaria da lui iniziata, Cheney è venuto allo scoperto ammettendo di essere arrivato alla vice presidenza chiaramente determinato a governare per decreto.

“Molte cose negli anni Settanta, attorno al Watergate ed alla Guerra del Vietnam, servirono ad erodere l’autorità di cui sono convinto che il Presidente debba disporre per funzionare, specialmente in materia di sicurezza nazionale” ha attaccato Cheney. “Se vogliamo citare un documento dimenticato si consulti il rapporto della minoranza della Commissione Iran-Contra … nel 1987 … fu stilato da uno che lavorava con me, nel mio staff. Credo che si tratti di una ottima rappresentazione delle prerogative del presidente per quanto concerne soprattutto la condotta della politica estera e la sicurezza nazionale … Ho prestato servizio al Congresso per dieci anni … ma ritengo che, specialmente nell’epoca in cui viviamo, vista la natura della minaccia che affrontiamo, … il Presidente degli Stati Uniti debba disporre dei poteri costituzionali senza intralci …”

“Nella lotta al terrorismo o siamo seri o non lo siamo … Il presidente ed io siamo profondamente convinti che la minaccia è gravissima, come può essere capito da chiunque lo voglia capire. E questo è il nostro obbligo e la nostra responsabilità se il nostro lavoro è fare tutto il possibile per sconfiggere i terroristi. Ed è proprio questo ciò che stiamo facendo”.

Dittatura presidenziale: ‘il lato oscuro’

La netta presa di posizione di Cheney a favore dei poteri illimitati dell’esecutivo ha lasciato di stucco persino personaggi ben addentro alle istituzioni ed alla macchina governativa di Washington, specialmente per quanto concerne il rifiuto in blocco delle riforme introdotte dopo il Watergate. Questa teoria sui poteri è contenuta in diversi promemoria legali — alcuni coperti dal segreto, altri fatti circolare in ambienti molto ristretti — che sono stati stilati negli ultimi cinque anni da una cricca di giuristi attorno a Cheney, facenti capo principalmente alla Federalist Society, anche se fino ad ora il vice presidente aveva cautamente evitato di abbracciarla apertamente.

Cinque giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, alla trasmissione “Meet the Press” della NBC, Cheney fece capire le sue intenzioni quando disse che “gli avvocati hanno sempre un ruolo da svolgere, ma … questa è una guerra”. Ha meglio spiegato la sua opinione hobbesiana in questi termini:

“Occorre lavorare anche in quello che si potrebbe forse chiamare il lato oscuro. Dobbiamo dedicare del tempo nel mondo umbratile dell’intelligence. Molto di ciò che occorre fare lì dev’essere fatto con discrezione, senza intavolare dibattiti, usando risorse e metodi di cui i servizi dispongono, se vogliamo davvero riuscire. Queste persone operano così, e per noi è dunque fondamentale usare sostanzialmente qualsiasi mezzo a disposizione, per raggiungere i nostri obiettivi … È un lavoro ingrato, duro, sporco e pericoloso e noi dobbiamo operare in tale ambiente. Sono convinto che possiamo farlo e avere successo. Ma dobbiamo garantire che nel portare avanti la propria missione quelli dell’intelligence non abbiano le mani legate”.

Mentre parlava di questo ‘lato oscuro’, negli stessi giorni Cheney stava cercando di costringere il Congresso a concedere i poteri dittatoriali alla Casa Bianca, compresa la facoltà di spiare i cittadini americani, senza un regolare mandato emesso dal tribunale competente. Come ha riferito il New York Times, nell’edizione del 16 dicembre 2005, a pochi giorni della tragedia dell’11 settembre, Cheney tentò di far approvare al Congresso una risoluzione di guerra che concedesse carta bianca all’impiego di “qualsiasi mezzo necessario”, sia all’estero che negli USA, nella “guerra contro il terrore”. Il senatore democratico Tom Daschle, che allora presiedeva la maggioranza, respinse la richiesta per la parte riguardante la politica interna, e tutt’e due le camere del Congresso limitarono i poteri di guerra del presidente alle azioni contro i perpetratori degli attacchi dell’11/9. Cheney e la sua coorte di avvocati della Federalist Society però ignorarono il Congresso e iniziarono comunque le intercettazioni non autorizzate ed altre misure illecite contro la popolazione, la portata delle quali non è ancora venuta alla luce.

Già a quel punto, e in effetti già prima dell’11/9, Cheney e i suoi tirapiedi legali (soprattutto David Addington, Timothy Flanigan, and John Yoo) avevano messo per iscritto tutto questo nei documenti poi chiamati “memorandum sulle torture”. Per arrivare al ‘lato oscuro’, essi bollarono ripetutamente come incostituzionale qualsiasi iniziativa del legislativo che interferisse con la “autorità inerente” del presidente di condurre la guerra in qualità di comandante in capo. Secondo loro, spetta al Presidente, e a lui soltanto, decidere ciò che è necessario per difendere la nazione.

Il leader crea la legge

L’argomento dei pieni poteri ha una radice ben precisa, anche se chi adesso se ne fa promotore, ovviamente si astiene dal riferirlo, anche con una sola piccola nota a piè di pagina. L’argomento giuridico in questione è quello del Fürerprinzip che fu teorizzato negli anni Trenta da Carl Schmitt, il presidente dei giuristi nazional-socialisti, anche noto come “giurista della corona” del Terzo Reich. Negli ultimi decenni le teorie giuridiche di Schmitt hanno avuto un revival, negli USA ed altrove.

Schmitt sosteneva, come fanno Cheney e i suoi avvocati, che in periodi di crisi le norme legali debbono essere accantonate e che il Leader, nel nostro caso il presidente, è gli stesso la legge e crea la legge, contemporaneamente. “Tutta la legge deriva del diritto del popolo di esistere”, scrisse Schmitt nel 1934, “ogni legge dello stato, ogni giudizio dei tribunali, ha un contenuto di giustizia che deriva soltanto da questa fonte. Il contenuto e la portata della sua azione è determinata soltanto dal leader in persona”.

Schmitt sostenne che le norme legali sono applicabili solo in situazioni di pace e di stabilità, ma non in quelle di guerra, quando lo stato si trova ad affrontare “un nemico mortale”.

Il Leader determina ciò che è “normale” ed è sempre lui a definire “lo stato d’eccezione”, quando le norme legali e nozioni come la separazione dei poteri, e i controlli e contrappesi, non hanno più validità.

Quando Bush e Cheney sostengono che “l’11/9 ha cambiato tutto”, non fanno che invocare questo aspetto centrale della teoria di Carl Schmitt.

La Federalist Society

Come hanno fatto queste teorie di Schmitt a conquistare l’amministrazione Bush-Cheney? Va da sé che i legali dell’amministrazione eviteranno di farsi sorprendere a citare Carl Schmitt, almeno non per nome. Così, mentre la teoria del leader plenipotenziario fu chiamata Führerprinzip da Schmitt, David Addington e gli adepti della Federalist Society hanno per essa coniato un termine nuovo: “l’esecutivo unitario”.

Il termine apparve per la prima volta in un commento di Dana Milbank, sul Washington Post dell’11 ottobre 2004. “Negli ultimi anni, se c’era una controversia Addington c’era quasi sempre di mezzo”. Le sue teorie sono “tanto audaci che persino i conservatori nella Corte Suprema favorevoli a Cheney le hanno respinte come esagerate”.

“Persino in una Casa Bianca nota per la fedeltà alla filosofia conservatrice, Addington è noto come un ideologo, seguace di una filosofia oscura chiamata teoria esecutiva unitaria che propone un presidente con poteri straordinari”.

Le origini della teoria risalgono all’amministrazione Reagan e coincidono con la creazione della Federalist Society, un’associazione che ha preso un nome del tutto opposto ai suoi veri scopi, ed in effetti combatte la genuina tradizione del federalismo degli Stati Uniti. Tra i fondatori della Federalist Society c’è Steven Calabresi, laureato alla Yale, che fu assistente di Antonin Scalia, ed è il più aperto sostenitore dell’esecutivo unitario. L’essenza di questo dogma è che il Presidente vanta un diritto di interpretare la Costituzione che è pari se non superiore a quello della Corte Suprema e che non deve tollerare che le altre due branche del governo interferiscano nelle sue prerogative e poteri. Il presidente ha il diritto, anzi l’obbligo, di ignorare qualsiasi legge lui consideri incostituzionale.

Sotto l’influenza di Addington e della sua banda nell’amministrazione Bush, questa dottrina è stata applicata alle questioni militari e di sicurezza nazionale oltre ogni misura concepibile, tanto da far paura ad alcuni dei suoi stessi propositori, come notava la Milbank.

Come ha funzionato

Il ruolo di David Addington venne alla luce circa due mesi dopo l’11 settembre, dopo alcune consultazioni che l’EIR ebbe con gente di legge legata ai militari, la quale espresse il proprio disappunto per un ordine militare emesso dal presidente, il 13 novembre 2001, che stabiliva le commissioni militari per giudicare i sospetti terroristi. Addington, in pratica uno sconosciuto, fu indicato da questi esperti tra coloro che avevano fatto muro contro la proposta dei militari, sulla questione dei sospetti, di attenersi alle procedure esistenti, approvate dal Congresso nell’Uniform Code of Justice.

A parte qualche altra rivelazione successiva su questo caso, un resoconto più generale sulla lotta che stava infuriando sulle commissioni militari apparve solo nelle edizioni del 25 e 25 ottobre 2004 del New York Times.

In quegli articoli si documentava il ruolo di Cheney nel pilotare la manovra con cui aggirare sia i tradizionali tribunali militari che quelli civili, arrivando a creare un sistema in cui i prigionieri possono essere detenuti a tempo indeterminato, come “combattenti nemici”, e poi, forse, sottoposti al giudizio della corte marziale.

Cheney manovrava in segreto, escludendo gli avvocati in divisa dalla pianificazione. Poi, quando la bozza del Military Order fu pronta, ordinò di tenerla segreta persino a Condoleeza Rice, consigliere di sicurezza nazionale, e a Colin Powell, segretario di Stato.

Mentre gli attacchi dell’11/9 offrirono il pretesto, spiegò il New York Times, la strategia fu definita da programmi a lungo termine che nulla avevano a che fare con la lotta al terrorismo:

  1. espandere i poteri presidenziali,
  2. ridimensionare gli impegni nei trattati internazionali.

I consulenti legali della Casa Bianca e del Dipartimento di Giustizia che definirono questa nuova strategia erano soprattutto esponenti della Federalist Society e che vantavano qualche anno di servizio negli studi dei big della Corte Suprema come Antonin Scalia e Clarence Thomas, o di Lawrence Silberman, giudice della Corte d’Appello, anch’egli un esponente della Federalist Society che architettò la campagna per incastrare Clinton a metà degli anni Novanta.

Il New York Times pubblicò anche un organigramma che aveva in testa Cheney e sotto Addington (consulente di Cheney), Alberto Gonzales (consulente di Bush), Timothy Flaning, vice di Gonzales, e il consiglio legale del Dipartimento della Giustizia. Gonzales però era una figura di secondo piano, anche perché non dispone della competenza necessaria in materia. Dal processo decisionale furono escluse le entità competenti di giustizia civile e militare e di diritto internazionale dell’apparato governativo.

Il New York Times scrisse che l’idea di usare i tribunali militari per processare i sospetti terroristi fu proposta a Flanigan, nel corso di una conversazione telefonica, da William P. Barr, suo ex superiore del Dipartimento di Giustizia all’epoca Bush padre, nella cui amministrazione Barr fu attorney general. I tribunali dovevano conferire al governo ampio spazio per detenere, interrogare e perseguire i sospetti terroristi: il controllo in pratica passava dalle mani del giudiziario a quello dell’esecutivo. “Le stesse idee si stavano affermando nell’ufficio del vice presidente Cheney”, scrisse il Times, soprattutto ad opera di Addington, descritto come aiutante di vecchia data di Cheney con una carriera legale poco brillante.

Il Military Order fu stilato da Addington e Flanigan e il 10 novembre Cheney presiedette un incontro alla Casa Bianca con Ashcroft, l’avvocato generale del Pentagono William Haynes ed i legali della Casa Bianca. Come già detto, la Rice e Powell furono esclusi e Cheney decise di non mostrare loro la bozza dell’ordine, che discusse invece privatamente a tavola con il presidente Bush il quale, senza far storie, gliela sottoscrisse il 13 novembre.

“Gli avvocati in divisa di tanto in tanto debbono ricordare ai civili che c’è una Costituzione che loro debbono osservare”, disse allora l’ammiraglio Donald Guter al New York Times.

Le squadre dei cacciatori di teste

L’esempio precedente, pur limitato alla questione di come trattare i sospetti terroristi, è paradigmatico di come l’amministrazione si sia comportata, ignorando la legge militare USA e la Convenzione di Ginevra, per istituire una politica di abusi e torture dei prigioneri. Sono più di 100 i prigionieri morti sotto la detenzione USA, molti dei quali per le torture subite, e il Pentagono ha registrato una quarantina di questi decessi come omicidi criminali.

Parallelamente al processo che portò alla firma di quel Militare Order, nel periodo successivo all’11/9 si lavorò anche ottenere che la CIA ed i militari fossero autorizzati ad eseguire operazioni segrete – cattura e reclusione segreta, o assassinio di presunti terroristi – da affidare a squadre specializzate. Né parlò il giornalista Seymour Hersh, che pose in rilievo il ruolo svolto nella vicenda dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld e dal suo vice Stephen Cambone.

Di questo se ne è recentemente occupato anche il Washington Post che ha pubblicato il 30 dicembre 2005 un ampio articolo sull’autorizzazione di un programma speciale della CIA, che è proprio ciò a cui Cheney si riferiva con le sue esternazioni sul “lato oscuro” del 16 settembre 2001. In effetti, fu proprio il giorno dopo, il 17 settembre, riferisce il Post, che Bush firmò un Presidential Finding, top secret, che autorizzava la costituzione delle squadre dei killer e analoghi programmi segreti.

Il Post riferisce inoltre che quando la CIA chiese nuove regole per gli interrogatori di importanti sospetti di terrorismo “la Casa Bianca affidò il compito ad un ristretto gruppo di legali dell’Office of Legal Consel (OLC) del Dipartimento di Giustizia che favorivano una interpretazione aggressiva dei poteri presidenziali”. Di nuovo, gli avvocati in divisa, il dipartimento di Stato, e persino la Criminal Division del dipartimento della Giustizia, cui tradizionalmente competevano le questioni del terrorismo internazionale furono tenute fuori dal processo decisionale.

A. John Radson, che allora era consigliere legale generale della CIA ed oggi insegna legge, ha riferito al Post:

“L’amministrazione Bush non ha cercato un dibattito allargato sul diritto del comandante in capo di aver la precedenza sulle convenzioni internazionali e sugli statuti interni nella lotta contro il terrorismo … un gruppo ristretto di giuristi e consiglieri ha aggirato i dissenzienti nell’amministrazione ed ha giocato al rialzo, l’uno con l’altro, con argomenti sempre più estremi”.

Il memorandum Addington/Gonzales

Questa tendenza a calpestare la costituzione e i trattati internazionali si acuì con la questione del trattamento dei prigionieri catturati in Afghanistan ed altrove. Con l’arrivo dei prigionieri a Guantanamo, nel gennaio 2002, nell’amministrazione Bush si discuteva ancora se applicare la Convenzione di Ginevra, cosa che fu risolta nel febbraio successivo. Il New York Times riferisce che intorno al 21 gennaio, rientrando da una visita a Guantanamo, Addington chiese ad Alberto Gonzales di far sì che tutti i prigionieri di quella base fossero dichiarati sotto la giurisdizione dell’ordine sui tribunali militari emesso dal presidente. Gonzales convenne con lui e di lì a pochi giorni il Pentagono mise in moto le procedure per allestire i tribunali militari che dovevano giudicare i prigionieri di Guantanamo.

A quell’epoca nell’amministrazione era ancora in corso lo scontro sulla Convenzione di Ginevra, con Powell e gli stati maggiori riuniti che erano favorevoli alla sua applicazione. Mentre i mezzi d’informazione riferivano in merito alla disputa, Cheney si presentò alla NBC, il 27 gennaio, per criticare Powell, asserendo che “la Convenzione di Ginevra non vale nel caso del terrorismo”. Il vice presidente ha continuato:

“E’ gentaccia. E’ gente che è stata già scrutinata prima di essere portata a Guantanamo. E’ probabile che abbiano informazioni su futuri attacchi terroristici contro gli Stati Uniti. Abbiamo bisogno di informazioni, di poterli interrogare per estrarre da loro le informazioni che hanno”.

Il dibattito su quali mezzi fossero ammessi per “estrarre” queste informazioni si protrasse per tutto il 2002 e il 2003. Ad ogni passo Addington e Flaning, operando attraverso l’Office of Legal Council del Dipartimento di Giustizia, dove potevano contare sul loro uomo John Yoo, hanno promosso la dottrina di Schmitt secondo cui il Presidente, in qualità di Comandante in Capo (il leader) ha facoltà di decidere unilateralmente a quale legge attenersi e quale respingere.

La pianificazione dei crimini di guerra

Non c’è dubbio che sapessero esattamente che cosa stessero facendo, che le azioni da loro proposte costituiscono un crimine di guerra sia secondo la legge USA che quella internazionale. Questo è documentato nei loro memorandum, che nelle loro intenzioni non sarebbero mai dovuti finire in piazza. Per quel che se ne sa fin ora, fu John Yoo il primo a parlare del rischio per i dirigenti USA di essere incriminati in base alla legge U.S. War Crimes Act. Le fece in un promemoria del 9 gennaio 2002 e la sezione in questione fu poi incorporata in un promemoria più ufficiale dell’Office of Legal Counsel (OLC) a Gonzales e a William Haynes, avvocato generale del Pentagono. Nel memorandum c’è scritto che “il presidente ha pieni poteri costituzionali” di sospendere la Convenzione di Ginevra.

Powell protestò energicamente e per tutta risposta Addington stilò un “Promemoria per il Presidente”, in data 25 gennaio, in cui sosteneva che l’interpretazione dell’OLC “è definitiva”.

Nel promemoria Addington asserisce, rivolgendosi a Bush:

“Come Lei ha detto, quella contro il terrorismo è un nuovo tipo di guerra. Non è lo scontro tradizionale tra due nazioni che condividono quelle leggi della guerra che costituiscono la base della Convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra. La natura della nuova guerra fa molto affidamento su altri fattori, come la capacità di ottenere rapidamente informazioni dai terroristi catturati per evitare nuove atrocità ai danni dei civili americani … Ritengo che questo nuovo paradigma renda obsolete le anguste limitazioni di Ginevra sull’interrogatorio dei prigionieri nemici e rende datate alcune sue regole …”

A ciò si aggiungeva che una tale interpretazione aveva anche il vantaggio di “ridurre sostanzialmente la minaccia di una procedura penale secondo il War Crimes Act”, la legge americana che ricalca la convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra (GPW), in cui rientrano tra i crimini di guerra anche ‘l’oltraggio della dignità personale’, e si faceva anche notare che vi erano delle violazioni che sono punibili con la pena di morte (18 U.S.C. 2441).

Il memorandum spiega poi al presidente perché se lui stabilisce che il caso in questione non rientra sotto la convenzione di Ginevra, questo già garantisce l’impossibilità di una “applicazione inappropriata” del War Crimes Act, e gli fa notare che “è difficile prevedere i motivi dei pubblici ministeri e magistrati indipendenti che in futuro potrebbero decidere di dare seguito ad accuse infondate…” Si cercò così di rassicurare Bush:

“La sua decisione in merito creerebbe una base legale ragionevole affinché non si possa invocare la Sezione 2441, garantendo in tal modo una solida difesa in qualsiasi futura procedura”.

I memoranda sulle torture

Il più feroce dei promemoria sulla questione delle torture fu sottoscritto il 1 agosto 2002 da Jay S. Bybee, dirigente dell’Office of Legal Counsel (OLC) del Dipartimento della Giustizia e porta il titolo “Regole di condotta per gli interrogatori secondo la convenzione contro le torture e la legge contro le torture USA”. Vi si legge che il trattamento può essere “crudele, disumano o degradante, ma al tempo stesso non tanto da produrre dolore e sofferenza d’intensità tale da rientrare sotto la Federal Anti-Torture Act. Il dolore di quest’ultimo infatti sarebbe stato “equivalente in intensità a quello di un serio danneggiamento fisico, come la perdita di organi, o di funzioni, o anche la morte”.

Durante la stesura di questo memorandum, Addington fece pressioni sull’OLC affinché fosse aggiunta una voluminosa sezione sui poteri del Presidente come Comandante in Capo. Il promemoria concludeva che un ricorso legale sulla base dell’Anti-Torture Act “rappresenterebbe una violazione dell’autorità del presidente nel condurre la guerra”. Un altro memorandum, non ancora declassificato, è stato menzionato dal New Yorker il 14 novembre 2005. La giornalista Jane Mayer riferisce che il giurista internazionale Scott Horton vede chiaramente, in questo testo scritto da John Yoo, l’influenza di Carl Schmitt. (“The return of Carl Schmitt” www.balkin.blogspot.com 7 novembre 2005). Mayer ha scritto:

“Un memorandum riservato del marzo 2003 è impressionante, ha asserito la stessa fonte. Il documento liquida praticamente tutte le leggi nazionali e internazionali che regolano il trattamento dei prigioneri, compresi gli statuti riguardanti i crimini di guerra e le aggressioni, ed asserisce radicalmente l’idea che in tempo di guerra il presidente può combattere i nemici con tutti i mezzi che ritiene opportuni. Stando al promemoria, il Congresso non avrebbe il diritto costituzionale di interferire nel ruolo di Comandante in Capo ricoperto dal Presidente, e questo comprende l’approvazione di leggi che limitano il modo in cui i prigionieri possono essere interrogati”.

Gli esempi di come come Cheney, Addington ed altri hanno applicato la dottrina di Schmitt sarebbero moltissimi, e molti casi sono ancora coperti dal segreto. Ma la questione dovrebbe essere ora sufficientemente chiara.

Aspettando Carl…

L’11 settembre 2001 fu chiaramente l’occasione tanto attesa da Cheney e dai suoi esperti legali come “l’eccezione” con cui giustificare la sospensione delle leggi.
Per Addington e il gruppo della Federalist Society si trattava dell’occasione per mettere a frutto un ventennio di lavoro. Per Cheney era di più. Nel libro «Worse than Watergate», l’ex consigliere della Casa Bianca John Dean spiega che per Cheney la questione dei poteri illimitati del presidente era una sorta di ossessione sin dalla metà degli anni Settanta, quando era alla Casa Bianca con Ford, nella fase in cui, a seguito del Vietnam e del Watergate, il Congresso stava procedendo a smantellare una “Presidenza imperiale”.

“Cheney era da tempo convinto che il Congresso non avesse alcun diritto di dire che cosa fare, in particolare nelle questioni di sicurezza nazionale”, scrive Dean che aggiunge: “Cheney sembra ancora risentito per quelle decisioni che furono prese per ricondurre la presidenza nell’alveo della Costituzione”, come l’interessato ha confermato con le sue recenti esternazioni a bordo dell’Air Force Two.

Edward Spannaus

MoviSol


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